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STULTIFERA NAVIS

“Perché si vede sorgere d'un tratto la sagoma della nave dei folli, e il suo equipaggio insensato che invade i paesaggi più familiari? Perché, dalla vecchia alleanza dell'acqua con la follia, è nata un giorno, e proprio quel giorno, questa barca?”

Michel Foucault, “Storia della follia nell’età classica”

 

La “Stultifera Navis”, la “Nave dei Folli”, è un’allegoria ideata da Platone e descritta nel libro VI della Repubblica.

Per il filosofo, la nave dei folli rappresentava l’insieme delle dinamiche distruttive che potevano verificarsi in una società retta da un sistema politico non basato sulla filosofia e sulla conoscenza.

 

Nel testo platonico, è Socrate a chiedere ad Adimanto di immaginare una nave il cui capitano, pur essendo più alto e più forte di tutti gli altri, è sordo e mezzo cieco, ignorante sulla propria rotta.

Per questo, uno alla volta, invita i marinai a fare i timonieri, delegando loro il comando. I marinai, una volta eletti timonieri, stordiscono il capitano con dei sonniferi e lasciano gli altri a gozzovigliare.

Così facendo, la nave va alla deriva, per la complicità tanto del capitano quanto dei marinai.

 

Socrate conclude spiegando che è il popolo che deve rivolgersi ai filosofi per essere governato e non il contrario, così da permettere al “vero timoniere” di prendere il comando della nave (metafora della città di Atene).

 

L’immagine simbolica della nave riemerge nel Rinascimento nel libro di Sebastian Brant, la “Nave dei folli”, un’opera satirica di critica verso la Chiesa Cattolica nell’epoca della riforma protestante.

 

Nei secoli successivi questa immagine è stata più volte ripresa all’interno di libri, canzoni e racconti popolari.

 

Il filosofo ed intellettuale francese Michelle Foucault ha intitolato il primo capitolo della sua “Storia della follia” proprio “Stultifera Navis” per descrivere la condizione del folle nella società medievale e moderna: secondo lo studioso, i folli nei secoli hanno subito diverse forme di segregazione e di esclusione sociale. Era infatti prassi comune allontanare i folli dalle comunità, spesso facendoli imbarcare.

 

Racconta Foucault:

“Accadeva spesso che venissero affidati a battellieri: a Francoforte, nel 1399, alcuni marinai vengono incaricati di sbarazzare la città di un folle che passeggiava nudo; nei primi anni del XV secolo un pazzo criminale è spedito nello stesso modo a Magonza.

Talvolta i marinai gettano a terra questi passeggeri scomodi ancor prima di quanto avevano promesso; ne è testimone quel fabbro di Francoforte, due volte partito e due volte ritornato, prima di essere ricondotto definitivamente a Kreuznach. Le città europee hanno spesso dovuto veder approdare queste navi di folli.”

 

Michel Foucault Stultifera Navis
Michel Foucault

Come sottolineato dallo psicanalista Massimo Recalcati, la “segregazione classica” è una forma di esclusione che produce isolamento e separazione.

 

Il folle, in quanto deviante, è diverso dagli altri membri della comunità ed escluso dal corpo sociale, allontanato.

Questa operazione, che trova nella “Nave dei Folli” il primo simbolo paradigmatico della propria azione, in seguito sarà incarnata dal manicomio come luogo solo apparentemente di cura ma di fatto di segregazione e prigionia.

 

Non a caso, secoli dopo, in Italia l’operazione di Franco Basaglia, punta di diamante della riflessione antipsichiatrica di emancipazione della follia, si baserà proprio sulla reintegrazione del folle all’interno della società, aprendo le porte del manicomio alla Città.

 

Per Basaglia il folle è per prima cosa l’escluso e il rifiutato; per questo l’operazione necessaria, preliminare ad ogni forma di cura, è il riconoscimento del folle come cittadino degno degli stessi diritti degli altri. La questione posta da Basaglia, cioè il superamento del manicomio come sistema di cura della follia, oltre che clinica è chiaramente politica, di critica del sistema capitalistico basato sulla segregazione.

 

Come sottolineare Recalcati, alla “segregazione classica” si aggiunge una forma contemporanea della segregazione, basata questa volta sull’identificazione ad un tratto che accomuni tutti i membri di una certa categoria, uniformandoli alla logica dello Stesso.

 

Ne sono un esempio i collettivi che tendono all’uniformità, alla “moltiplicazione dell’Uno senza mai accogliere la dimensione differente del molteplice”, come i gruppi monosintomatici, dove i membri si unicoscono riconoscendosi sulla base della comune forma del sintomo (disturbi alimentari, dipendenze, depressione, tossicomania…).

 

Conclude Recalcati: “si tratta di una neo-segregazione che si basa sulla ricerca di una identificazione e non su una pratica di esclusione… L’omogeneo si costituisce allora non un’opposizione all’alterità dell’Altro ma come riserva particolare dell’Uno… L’uno non è più l’Uno della norma universale, ma l’uno dell’identità autosegregata dello stesso.”

 

Per approfondire:

-Michel Foucault – “Storia della follia nell’età classica”;

-Massimo Recalcati – “Clinica del vuoto”;

-Franco Basaglia e Franca Ongaro – “La maggioranza deviante”.

 

La “Stultifera Navis” è un’immagine potente che racchiude, come due facce di una medaglia, diversi aspetti del rapporto dell’uomo con la follia: da una parte la sua dimensione “atopica”, errante e alla deriva; dall’altra la natura segregativa dell’azione collettiva di “profilassi” della follia.

 

Il folle quindi, privato della sua dimensione di cittadino, è escluso, allontanato e rifiutato dalla collettività.

Per questo l’operazione di Basaglia ha tanto valore: lo psichiatra veneziano ha colto come senza l’inclusione del folle come cittadino è impossibile trattarlo come malato degno di cure.

 
 
 

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