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QUANTO DURA UN’ANALISI?

Aggiornamento: 11 giu 2023

Molti criticano la psicoanalisi per la durata della cura: al paziente è richiesto di sottoporsi ad un lungo trattamento, spesso di alcuni anni, fatto di sedute con cadenza settimanale (talvolta più volte a settimana).


Ma non è sempre stato così.


Le analisi agli inizi del Novecento avevano generalmente una durata molto breve: i primi pazienti di Freud, alcuni dei quali divenuti a loro volta psicoanalisti, si sottoponevano a trattamenti intensivi (circa cinque o sei sedute a settimana) per alcune settimane, raramente alcuni mesi.


Queste analisi, molto brevi rispetto a quanto accade oggi, furono decisive per il progresso della teoria e della tecnica psicoanalitica: la psicoanalisi si è sviluppata proprio a partire dagli interrogativi emersi nella pratica clinica coi pazienti.


Nel secolo scorso in molti si sono recati a Vienna o a Londra per divenire pazienti di Freud: il soggiorno di questi pazienti durava necessariamente un tempo limitato, costringendoli a tornare più volta in città.


Nell’articolo “Avvio del trattamento” (1913), Freud sottolinea come fosse solito prendere in cura il paziente per un “tempo preliminare” di circa una o due settimane, così da poter capire se vi fossero le condizioni per intraprendere una vera e propria analisi.

Se l’interruzione del trattamento si verifica entro le prime settimane, sottolinea Freud, “in tal modo si risparmia al malato la penosa impressione di un tentativo di guarigione non riuscito. Si è trattato appunto soltanto di un sondaggio per imparare a conoscere il caso e per decidere se fosse adatto alla psicanalisi.”


Una volta conclusa questa fase preliminare, l’analista dovrebbe avere un’idea più precisa del paziente, a partire dalla definizione di una diagnosi legata alla sofferenza che ha portato a domandare un trattamento analitico.


Col tempo, nonostante l’inesistenza di una statistica ufficiale, si ritiene che la durata del trattamento si sia dilatata: da alcune settimane/mesi ad alcuni anni.

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Per comprendere le ragioni della durata di un trattamento è necessario considerare numerosi fattori:


-il “ritmo di lavoro” del paziente: già Freud, nelle indicazioni sulle comunicazioni da rivolgere ai pazienti, sottolineava come fosse necessario indicare nella motivazione e nella capacità di lavoro analitico del paziente il fattore più importante per prevedere la durata del trattamento.

Ogni paziente infatti è diverso per motivazioni e capacità, per risorse e desiderio: si tratta di fattori capaci di incidere profondamente sul lavoro analitico, seduta per seduta;


-il desiderio di sapere: cosa si domanda ad un’analisi? Cosa si desidera fare? Ogni paziente rivolge una domanda diversa al proprio trattamento. C’è chi si accontenta del superamento del sintomo; altri invece desiderano far emergere una più profonda verità soggettiva, frutto del lavoro sul proprio inconscio;


-che funzione svolge l’analisi nella vita del paziente? È fondamentale che, durante il trattamento, l’analisi sia per il paziente una priorità: la dedizione al trattamento è un ingrediente prezioso per la sua riuscita. Se il paziente rifiuta di dedicare energia e impegno nel trattamento sarà difficile superare le inevitabili resistenze che rendono l’analisi complessa e tortuosa come una risalita “contro corrente”.


Possiamo dire che in analisi abbia un maggior peso il tempo “logico”, piuttosto che quello “cronologico”: per Lacan si tratta di attraversare il “tempo per vedere”, di inoltrarsi in un “tempo per capire”, per poi giungere al “momento di concludere”.



Per approfondire:

-Sigmund Freud – Tecnica della Psicoanalisi (1911-1912);

-Sigmund Freud – Analisi terminabile ed interminabile;

-Jacques Alain Miller – Come finiscono le analisi

-Paul Roazen – Freud al lavoro.


Nell’immagine:

Salvador Dalì – Orologio morbido al momento della prima esplosione (1954).



Interrogarsi sulla durata del trattamento implica una domanda molto delicata: come finiscono le analisi?

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Freud ha dedicato un’opera a questo tema (“Analisi terminabile ed interminabile”), senza tuttavia giungere ad una risposta conclusiva.


Quando un’analisi è “finita”?


Esploriamo alcune delle conclusioni possibili del lavoro analitico:


-l’analisi giunge alle sue conclusioni logiche: per Freud l’analisi poteva raggiungere un limite nel confronto, insuperabile, con “la roccia della castrazione”: per Freud era questo il vero limite insuperabile dell’analisi, oltre il quale era impossibile andare. Il complesso di castrazione rappresentava quindi un punto di arrivo;


-l’attraversata del fantasma inconscio: Lacan propone questa definizione per il fine analisi; con attraversata del fantasma si intende un’operazione complessa, che ha a che fare con la costruzione di quel dispositivo inconscio (il fantasma) che sottende la soddisfazione della pulsione, legando a sé il soggetto e il suo oggetto causa di desiderio;


-la risoluzione sintomatico: con la fine della domanda di aiuto legata alla sofferenza del sintomo, è possibile che venga meno anche la domanda di sapere. È in gioco la posizione etica del soggetto in analisi: non vi può essere prescrizione di un’analisi perché il desiderio di sapere è frutto di una scelta del soggetto;


-l’emergere del desiderio dell’analista: un’analisi può produrre come frutto, scarto, resto il desiderio dell’analista, ben distinto dal desiderio di “essere” o “fare l’analista”. Lacan nel corso del Seminario XI definisce il desiderio dell’analista il desiderio di “far emergere la differenza assoluta” che caratterizzerebbe il soggetto rispetto a chiunque altro;


-drop out: un’analisi può concludersi in modo improvviso, traumatico, con un agito, senza che il paziente metta parola o ne voglia sapere. Un paziente può liberamente scegliere di non chiedere più, di non tornare più dal suo analista.


Al di là di ogni generalizzazione in analisi vale solo una logica: l’uno per uno, senza appigli all’universale.


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