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PSICOANALISI “PROFANA”

  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min

A lungo la psicoanalisi è stata scossa da lotte intestine circa la teoria e la pratica clinica: chi può esercitare la psicoanalisi? Con quale formazione? In base a quale teoria?

 

Freud era un medico e gran parte degli analisti della prima generazione erano medici. Tuttavia, la psicoanalisi divenne argomento di grande interesse anche per filosofi, sociologi, artisti, letterati… Per loro la pratica della psicoanalisi doveva essere vietata?

 

La psicoanalisi è infatti una “pratica terapeutica”: chi, oltre ai medici formati a questo scopo, dovrebbe svolgere un’attività di “cura”? Certo, lo stesso Freud aveva riconosciuto quanto la terapeutica fosse solo uno dei possibili impieghi dell’analisi (e in prospettiva forse non il più rilevante…): rapidamente, gli strumenti di indagine dell’analisi vennero applicati all’arte, all’antropologia, alla letteratura, alla pedagogia…

 

Freud temeva che la psicoanalisi divenisse una semplice “ancella” della medicina, correndo il rischio di perdere molto del proprio potenziale.

 

Per affrontare questa spinosa questione, ragione di conflitto in particolare tra gli analisti europei (più aperti) e quelli americani (ostili all’idea di allargare la pratica analitica ai non medici), il padre della psicoanalisi scrisse un saggio dal titolo “Il problema dell’analisi condotta da non medici” (1926).


La psicoanalisi condotta dai non medici era definita "profana" o "laica".

 

In quegli anni le riviste di psicoanalisi ospitarono molteplici pareri, difformi tra loro, sul tema.

Per Freud questo tema era “l'ultima maschera assunta dalla resistenza alla psicoanalisi, e la più pericolosa di tutte".

 

Per districare il bandolo della matassa, Freud evoca un “uditore imparziale”, al quale domanda di dirimere la questione: cosa fare? È giusto riservare la cura psicoanalitica dei pazienti ai soli medici?

 

psicoanalisi profana

Scrive Freud:

“II nostro uditore imparziale, che suppongo presente, … si fa attento, tende l'orecchio, e dice: "Adesso finalmente sentiamo quello che l'analista fa con questi pazienti che non hanno trovato aiuto dai medici." Fra paziente e analista non accade nulla; se non che parlano fra loro. L'analista non usa strumenti, non esamina l'ammalato, non gli ordina medicine. Se appena appena è possibile, lascia l'ammalato durante il periodo in cui si svolge l'analisi nel suo ambiente e alle

sue occupazioni, benché ciò naturalmente non costituisca una condizione del trattamento e non possa esser sempre realizzato. L'analista riceve il malato in una data ora del giorno e lo lascia parlare, lo sta ad ascoltare, poi gli parla a sua volta ed è l'ammalato che ascolta…”

 

Freud, con la vena umoristica che lo caratterizza, descrive all’“uditore imparziale” tutte le dinamiche e le traversie del trattamento analitico: il transfert, il ruolo della parola, gli scopi dell’analisi e le sue scoperte (come ad esempio il funzionamento delle tre istanze, Io, Es e Super Io e la formazione dei sintomi…).

 

Freud accompagna l’“uditore imparziale” passo per passo nei meandri della teoria e della tecnica.

 

Scrive l’uditore immaginato da Freud:

“Interpretare! Che brutta parola! Mi dispiace, Lei sta togliendomi ogni sicurezza. Se dipende tutto dalla mia interpretazione, chi mi garantisce che interpreto giusto? Tutto allora è affidato al mio arbitrio."

 

Risponde Freud:

“Un momento! La situazione non è poi tanto brutta. Perché vuol escludere i Suoi propri processi psichici da quelle leggi che riconosce valide per gli altri? Quando Lei abbia raggiunto un certo grado di autocontrollo e sia in possesso di determinate conoscenze, le Sue interpretazioni resteranno indipendenti da fattori Suoi personali e potranno coglier giusto. Non dico con ciò che per questa parte di lavoro la personalità dell'analista sia indifferente. È molto questione di una certa sensibilità, per cosi dire di una certa finezza d' orecchio, per i processi inconsci; e non tutti la posseggono in egual misura. E soprattutto si impone qui l'obbligo per lo psicoanalista di essersi sottoposto egli stesso a un'analisi approfondita, per acquistare la capacità di accogliere senza pregiudizi il materiale analitico altrui. Con tutto ciò rimane sempre qualche cosa che corrisponde all’“equazione personale” nelle osservazioni astronomiche; e questo fattore personale avrà sempre nella psicoanalisi maggiore importanza che altrove.”

 

Tra gli aspetti più interessanti descritti da Freud, abbiamo la “resistenza” alla guarigione:

 

Scrive Freud:

““Le rimarrebbe da fare una scoperta alla quale non è affatto preparato.

"Quale scoperta?"

Che Lei si è totalmente ingannato sul Suo paziente, che non può affatto contare sulla sua collaborazione e docilità, che egli è pronto a sabotare con ogni mezzo il vostro lavoro comune, e che cioè. In una parola, non ne vuol saper di guarire.

"No! Ma questa è la cosa più stramba fra quante Lei me ne ha dette! Non ci posso credere: l'ammalato, che ha sofferenze cosi acute, che si lamenta dei suoi mali in modo tanto commovente, che si sottopone a tutti i sacrifici del trattamento, non ne vuol sapere di guarire! Ma neppur Lei può pensarlo!"

Si calmi, io lo penso proprio. Quel che ho detto è la verità; forse non tutta, ma una parte molto notevole della verità. L'ammalato vuol certo guarire, ma anche non vuole. Il suo Io ha perduto la sua unità, e perciò non può disporre di una volontà unitaria. Non sarebbe un nevrotico se non fosse cosi.”

 

Giungiamo al cuore della riflessione freudiana: l’analisi va quindi riservata ai soli medici?

Freud sottolinea quanto a lungo i medici abbiano ostacolato l’affermazione della psicoanalisi, accusata di essere “ciarlataneria”.

 

Bisogna sottoporre la psicoanalisi al controllo ufficiale delle autorità? Oppure lasciar correre senza alcun regolamento? In fin dei conti, ogni Paese e ogni Società ha trovato la propria soluzione. Freud pare ancora non sbilanciarsi apertamente….

 

Certo, tra le tante sfaccettature del problema abbiamo la questione della diagnosi differenziale: prima di fare una diagnosi di “nevrosi”, è necessario escludere patologie organiche o di altra origine… e questo è compito della medicina!

 

In conclusione, il parere freudiano pare vertere a favore dell’analisi “profana”: le molteplici sfaccettature e applicazioni della psicoanalisi troverebbero nella medicina un recinto troppo stretto e limitante.

 

Freud sottolinea quanto, in definitiva, il suo consiglio sia di non eccedere in regole e vincoli, per non soffocare il potenziale della psicoanalisi…

 

In una lettera a Federn, Freud sarà esplcito:

“Fino a che vivrò, mi opporrò a che la psicanalisi venga inghiottita dalla medicina”

 

Conclude Freud:

“La tesi che ho voluto mettere in primo piano è la seguente: non importa se l'analista è in possesso o no di un diploma medico; importa invece che egli abbia acquisito la preparazione particolare che gli occorre per esercitare l'analisi”

 

Per approfondire:

-Sigmund Freud – “Il problema dell’analisi condotta da non medici”;

-Anna Freud – “La formazione psicoanalitica”;

-Alessandra Guerra – “La formazione in atto dello psicoanalista”.

 

La lezione freudiana mescola pragmatismo e desiderio di tutelare la psicoanalisi dalle derive che un inquadramento troppo severo potrebbe determinare.

 

Nei decenni, la formazione dell’analista è stata una questione spinosa e dolorosa; l’accettazione stessa della psicoanalisi, resa difficile dalle resistenze del mondo accademico nei confronti della teoria (accusata di perversione e immoralità per la centralità della sessualità) e di coloro che la praticano (spesso per questioni di antisemitismo), è stata un preliminare doloroso ma inevitabile al problema della formazione.

 

Conclude Freud:

“II piano di studi per l'analista è ancora da creare. Esso dovrà comprendere materie tratte dalle scienze dello spirito, dalla psicologia, dalla storia della civiltà, dalla sociologia, oltre che elementi di anatomia, biologia e storia dell'evoluzione.

Le cose da insegnare sono talmente tante che è lecito escludere da questo piano di studi tutte le nozioni che non hanno diretta attinenza con l'attività analitica, avendo con essa solo un rapporto indiretto in quanto contribuiscono (come qualsiasi altro studio) a esercitare l'intelletto e le capacità di osservazione.

È facile obiettare a questo mio progetto che non esistono scuole superiori siffatte per analisti da nessuna parte, e che solo un idealista può formulare proposte dcl genere. È vero, il mio è un ideale, ma un ideale che può, anzi deve essere realizzato. A dispetto di tutte le insufficienze dovute alla loro giovane età, i nostri istituti didattici rappresentano già un buon inizio sulla via di tale realizzazione.”

 

Possiamo concludere che la formazione dell’analista non avrebbe tanto a che fare con il disporre di un sapere più o meno vasto, quanto con la necessità di favorire la maturazione, nell’analista, di una certa attitudine di ricerca e di curiosità; come è noto, l’aumento complessivo delle conoscenze, lungi dal rappresentare un elemento di soddisfazione, esporrebbe il soggetto alla crescente ed acuta consapevolezza della propria ignoranza.

 

Per questo, l’analista, che nulla sa dell’inconscio dell’analizzante, è chiamato a familiarizzare con l’ignoranza, vero motore della curiosità e dell’analisi.

 
 
 

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