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IL “MOSTRO” DI FREUD

  • 18 apr
  • Tempo di lettura: 4 min

La vita di Sigmund Freud è stata lunga e creativa. Non sono mancate le sfide lungo la strada: la guerra, le difficoltà economiche, l’isolamento scientifico, il conflitto interno alle diverse spinte nella psicoanalisi e il razzismo.

 

Tuttavia, forse il fattore più doloroso nella vita di Freud è stata la malattia.

 

Conosciamo tutti la celebre fotografia che ritrae Freud con in mano l’amato sigaro: simbolo iconico, il sigaro è stato un compagno quotidiano nella vita di Freud. Nei momenti di grande crisi economica, i suoi allievi si organizzavano per rifornire la scorta del Maestro, che era solito consumarne diversi al giorno.

 

Questa abitudine, tuttavia, imporrà a Freud un pesante prezzo da pagare: fin dal 1923 il padre della psicoanalisi notò nella sua bocca la comparsa di formazioni sospette; era l’inizio di un lungo e doloroso calvario, che terminerà solo con la morte di Freud.

 

La malattia è stata una minaccia diretta per la vita di Freud e lo sviluppo della psicoanalisi: gli allievi di Freud del Comitato della società psicoanalitica invitarono più volte il Maestro ad affrontare con decisione il problema, sottoponendosi ad un’operazione, molto invasiva e dolorosa.

 

Scrive in una lettera:

 

“19 ottobre 1923

Lieber unverbesserlicher (incorreggibile) ottimista, oggi cambiato tampone. Uscito dal letto. Vestito quel che rimane di me. Grazie di tutte le notizie, lettere, auguri e ritagli di giornale. Non appena potrò dormire senza iniezione, tornerò a casa.

Freud “

 

A Freud a lungo fu nascosta la natura maligna della malattia; da allora tuttavia, il dolore e i postumi delle numerose e mai risolutive operazioni furono un fardello pesante, capace di limitare il lavoro di Freud.

 

In totale Freud si sottopose a più di 30 operazioni in 16 anni.

 

In quegli anni la figlia Anna, psicoanalista a sua volta, divenne la prima assistente e alleata del padre, sempre presente e pronta ad aiutarlo. Nella biografia di Freud, scritta da Jones, è sottolineato a più riprese il ruolo decisivo di Anna Freud nella cura del padre.

 

Le operazioni diventarono anno dopo anno sempre più invasive. Agli interventi chirurgici si associavano trattamenti continui ai raggi X.

 

La rimozione di buona parte del tessuto molle del palato costrinse Freud ad indossare una protesi, che battezzò con il nome di “mostro”: essa era collocata nel palato in modo tale da dividere la bocca e cavità nasale.

 

Scomoda e fonte di continue infezioni, la protesi divenne l’ospite indesiderato ma necessario delle giornate di Freud; il padre della psicoanalisi ironizzava sul “mostro”: durante un incontro con Romail Rolland, presentato da Stefan Zweig, vista la difficoltà di dialogare in francese, Freud disse: “la mia protesi non parla francese”.

 

Già nel 1926, nelle lettere scritte a Marie Bonaparte, Freud si sentiva prossimo alla fine, a causa della malattia e del peso della vecchiaia.

 

La protesi doveva essere continuamente modificata, per adattarla al tessuto cicatriziale della bocca e per il progredire della malattia, che rendeva poco agevole l’inserimento e la rimozione della stessa.

 

Il mostro di Freud

In questi anni non rinunciò mai a fumare, consumando 3 o 4 sigari al giorno, “con il plauso del mio medico”, ironizzava Freud.

 

Negli anni Trenta non gli era più possibile allontanarsi dai dintorni di Vienna, per la necessità di continue visite ed interventi. Tutto questo incise sulla sua emotività; nel 1932 Freud scrisse di essere stato colpito da “quella che gli altri chiamerebbero depressione”.

 

Nonostante l’invadenza e la numerosità delle operazioni, Freud non smise mai di lavorare, incontrando regolarmente i pazienti, che lo accompagnavano anche nelle sue vacanze estive. Anche nel 1938, l’anno prima della sua morte, Freud incontrava 4/5 pazienti al giorno per le sedute di analisi.

 

La fatica di parlare era oramai un elemento sempre presente; in questo senso assume uno straordinario valore il breve messaggio registrato da Freud a Londra, l’unica testimonianza che abbiamo della sua voce.

 

Solo nelle ultime settimane accettò di assumere dosi di aspirina. Disse Freud: “preferisco pensare tra i tormenti che non riuscire a pensare con chiarezza”.

 

Il 21 settembre 1939, chiamò il fidato medico personale, Schur.

Gli disse: “Mio caro Schur, Lei ricorda il nostro primo colloquio: allora mi promise di aiutarmi quando non ce l’avrei più fatta. Adesso non è che tortura e non ha più senso… Dica ad Anna del nostro colloquio”.

 

Il medico somministrò una dose congrua di morfina da liberare Freud per sempre dal dolore.

 

Il dolore della malattia di Freud fu un elemento così pesante nella vita dello psicoanalista e della sua comunità che Jones, nella sua orazione funebre, non poté che esordire così:

 

“Coloro che conoscono l’orrore delle sofferenze da lui attraversate, sofferenze che in questi mesi avevano raggiunto un’intensità indicibile, devono provare un senso di sollievo per lui: egli non soffrirà più”.

 

Per approfondire:

-Jones – “Biografia di Sigmund Freud”;

-Leclaire - “Through Clouds of Smoke”;

-Schur – “Vivere e morire”.

 

Il racconto degli ultimi anni di vita di Freud mostra un aspetto fondamentale della figura dell’analista: essere analista non significa essere “perfetti”, privi di “storture”;

 

l’analista non cancella l’essere umano né costituisce alcuna forma elevata di umanità; piuttosto è una funzione che si può occupare. Non si tratta di un “essere analista”, bensì di occupare il posto di analista per un soggetto.

 

Si tratta di incarnare una posizione simbolica, di svolgere quindi una funzione; tutto questo ovviamente è legata alla strada percorsa dall’analista, ma non dice nulla del suo essere o delle sue fragilità.

 

 

 
 
 

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