IL CAMERIERE DI JEAN-PAUL SARTRE
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Immaginiamo di essere insieme al filosofo esistenzialista francese Jean-Paul Sartre in un caffè di Parigi. L’aria del locale è satura di voci, clienti turisti si siedono ai tavolini, chiacchierano, ordinano da bere. Tra i tavolini si muove con fare sicuro ed impeccabile un “garçon de Café”.
Così, in questo modo apparentemente ordinario, Sartre ci introduce alla figura della “malafede” che viene descritta nel romanzo “L’essere il nulla”.
Torniamo al nostro cameriere. Egli si muove con precisione, passando da un tavolino all’altro. Sartre tuttavia enfatizza che nel suo atteggiamento e nella precisione del suo portamento vi sarebbe qualcosa che “stona”.
Di cosa si tratta?
Il filosofo sottolinea l’aspetto caricaturale del modo il quale il cameriere assolve il proprio compito: in gioco abbiamo l’adesione integrale dell’individuo al suo compito professionale. Mentre lavora il cameriere non sarebbe altro che un cameriere, mettendo da parte la propria soggettività.
Per Sartre è come se stesse mettendo in scena un vero e proprio “gioco”, portato al suo est estremo: il gioco di fare il cameriere. Per essere più precisi, ad essere un cameriere.
Giocare ad essere il cameriere permetterebbe di placare la divisione strutturale che abita in modo insuperabile l’essere umano. Per questo il filosofo francese evoca la maschera della malafede come soluzione per tamponare il vuoto che abita la soggettività.
Comportarsi come un cameriere, identificarsi al cameriere permetterebbe di dare consistenza e solidità all’essere, superando l’angoscia del vuoto. In questo senso, il cameriere sarebbe poco più che un robot, una macchina nel pieno della sua funzione.
In questo senso, il cameriere sarebbe il prototipo dell’“uomo senza inconscio”, descritto da Massimo Recalcati: limitato nei binari della sua funzione, il cameriere non rischia mai di “inciampare”, di fare l’esperienza dell’inconscio.

Come sottolinea lo psicoanalista Massimo Recalcati, analizzando la malafede Sartriana:
“La maschera è quella funzione immaginaria che cancella ogni divisione del soggetto e che sopprime ogni differenza tra l'essere del soggetto e il suo sembiante. In altri termini, la funzione maestra del significante sembra messa in questione perché questa versione della maschera mina l'azione rappresentativa del significante in quanto non si presenta come un velo della verità ma come l'essere proprio del soggetto.”
La funzione della maschera è identitaria prima ancora che difensiva: se le difese inconsce separavano la coscienza da ciò che è rimosso, la maschera invece punta a negare il vuoto costitutivo del soggetto. L la funzione della maschera sarebbe quella di far coincidere l’intera psiche con l’Io.
Il tema dell’identificazione come soluzione allo scatenamento della psicosi è presente in molti autori, come Lacan, Deutch e Green. Si tratta delle “psicosi bianche”, delle “personalità come sé”, delle “psicosi non scatenate”…
La clinica contemporanea sarebbe caratterizzata dal prevalere di queste soluzioni centrate sull’identità che offrono al soggetto un senso di solidità come argine alla deriva psicotica.
Siamo quindi passati dal sintomo come metafora, legato al rimosso che cerca di tornare in forma mascherata, al sintomo-identità. Il soggetto non soffre del suo sintomo, ma vi si identifica, come spesso osserviamo nei disturbi alimentari.
Per tornare all’esempio di Sartre, il cameriere non soffrirebbe dell’esistere “solo” come cameriere; piuttosto l’esistere come cameriere servirebbe ad evitare l’angoscia del desiderio e l’emergere di un aldilà, ad esempio la vita fuori dal café, che non sa affrontare.
Il cameriere allora cede la propria soggettività sull’altare dell’iper adattamento. L’abito diventa scheletro esterno, elemento di sostegno, una vera e propria divisa.
Per approfondire:
-Jean-Paul Sartre – “La Nausea”;
-Massimo Recalcati – “L’uomo senza inconscio”;
-Massimo Recalcati – “Ritorno a Jean-Paul Sartre”.
Il tema della maschera è presente in molti orientamenti psicoanalitici. Fa parte, ad esempio, della psicologia analitica di Carl Gustav Jung: nella sua concezione del funzionamento archetipico, la “maschera” sarebbe quella componente intra psichica profondamente connessa all’ombra. Vero e proprio rovescio di quanto inespresso, la “maschera” avrebbe a che fare con la dimensione sociale, di ruolo e di condotta, “indossata” per nascondere il vero Sé nel rapporto con l’Altro.
Così, anche nella psicoanalisi di Donald Woods Winnicott il concetto di maschera psichica si traduce nel “Falso Sé”, quella struttura psichica modellata dalle influenze della Civiltà che, allo stesso tempo, aliena il soggetto dalla propria interiorità e gli offre un canale formale di contatto con il mondo esterno.



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