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JACQUES LACAN E IL “CORPS MORCELÉ”

  • 10 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Jacques Lacan ha formulato diversi concetti divenuti celebri in psicoanalisi; tra questi occupa un posto di rilievo lo “stadio dello specchio”. Lo specchio è evocato da Lacan per spiegare il funzionamento dell’immagine unitaria del corpo nel bambino.

 

L’immagine avrebbe un ruolo fondamentale nel costruire il narcisismo del soggetto, offrendo una sensazione di totalità in una fase in cui la motricità è ancora limitata e difficile da controllare.


Jacques Lacan osserva che nei primi mesi di vita, il neonato fa invece esperienza di un “corpo in frammenti”, in francese "corps morcelé": l’insieme degli impulsi, delle sensazioni e dei movimenti sarebbe percepito come confuso e disarticolato da parte del bambino, producendo un vissuto di angoscia e disorientamento.

 

A questa sensazione di mancanza di unità risponderebbe invece l’immagine speculare, allo specchio, capace di occultare l’esperienza originaria di frammentazione. Questo passaggio comporterebbe tuttavia una sorta di misconoscimento (méconnaissance), perché il soggetto non è corrisponde mai integralmente alla sua immagine.

 

Il “corpo in frammenti” non scompare del tutto; in gioco abbiamo il complesso rapporto tra mente e corpo, tra psichico e fisico. La mancanza di unità riemergerebbe in molte forme: nei sogni, nelle fantasie e nell’arte. Le immagini di parti del corpo separate, di membra smembrate o deformate, frequenti nelle manifestazioni psicotiche, testimoniano la permanenza di questa dimensione originaria del rapporto tra mente e corpo.

 

Dal punto di vista della psicoanalisi, il corpo non coincide mai semplicemente con l'“organismo biologico”.

 

Il corpo in quanto tale è il risultato di una complessa articolazione tra elementi che appartengono ai tre registri: immaginario, simbolico e reale. Il senso di unità corporea che ogni individuo percepisce come “naturale”, come un dato ovvio della propria esperienza, sarebbe in realtà una costruzione psichica, continuamente sostenuta dalle identificazioni e dalle relazioni con gli altri.

 

Vi sono delle evidenti risonanze con lo “schema corporeo” delle neuroscienze: questa rappresentazione è flessibile, dinamico e profondamente connesso all’esperienza che ogni soggetto sperimenta nel rapporto col proprio corpo. Lo “schema corporeo” infatti non è riducibile ad una mera “mappa del corpo”, ma riflette l’investimento psichico del soggetto sui diversi distretti corporei.

 

Il concetto di “corps morcelé” rivela come il senso di unità non sia un dato di partenza, ma il frutto della tensione costante tra sintesi e dispersione, coesione e disgregazione.

In questo senso, l'Io si costituirebbe come il tentativo di ricomporre immaginariamente la frammentazione originaria, attraverso l’immagine come elemento di coesione.


Il corpo in frammenti rappresenta pertanto non una fase superata dello sviluppo, ma una dimensione strutturale dell'esistenza psichica, sempre pronta a riaffiorare nei punti di crisi dell'identità e del desiderio.


Jacques Lacan faceva spesso riferimento alle opere d'arte per affrontare la questione del corpo “in frammenti". Ad esempio, nel Seminario VIII, dedicato al Transfert, cita il fiammingo Hieronymus Bosch e l’italiano Vittore Carpaccio :

 

"Queste immagini frammentarie sono state recentemente evocate come legate a una sorta di terrore primordiale che sembrava, per ragioni ignote, assumere per gli autori una sorta di inquietante valore designante, mentre in realtà è la fantasia più fondamentale, più diffusa, più comune, all'origine di ogni rapporto dell'uomo con il proprio sé somatico.

I frammenti anatomici che popolano la celebre immagine di San Giorgio di Carpaccio nella chiesetta della Scuola di San Giorgio degli Schiavoni a Venezia si presentano inevitabilmente, a livello onirico, a ogni esperienza individuale, con o senza analisi."

 

La tensione tra unità e frammento è presente nelle opere dell’Arcimboldo, spesso considerate inquietanti per il senso di unità precaria che trasmettono.

 

Lacan Corps morcelé

Per approfondire:

-Jacques Lacan – “Il Seminario, Libro VIII, IL Transfert”;

-Paolo Cotrufo – “Corpo e psicoanalisi”;

-Vittorio Lingiardi – “Corpo, umano”.

 

Ecco la testimonianza della paziente di Lacan, che racconta la propria esperienza psicotica del “corpo in frammenti”.

 

“Da quando sono qui, sta succedendo qualcosa di nuovo. E succede sempre più spesso. La mia testa si alza di diversi metri sopra le spalle, le mie gambe si allontanano dal busto senza percorrere alcuna distanza, camminando all'interno con passi come in una stanza vuota. Anche le mie braccia si allungano, si distendono e poi si allontanano come isole fluttuanti nell'aria. Le mie mani mi salutano con la mano. A volte ho anche la sensazione che una delle mie gambe si pieghi all'altezza della coscia fino a toccarmi la spalla. Anche la mia mano può compiere ampi movimenti circonduttivi all'indietro quando i nervi si arricciano nel palmo.

 

Altre volte, è come un incubo che si consuma lentamente; quando mi concentro davvero, sono un fiore i cui petali vengono strappati uno ad uno. Seguo i colpi di coltello che ricevo da qualcuno dentro, un uomo che taglia con intensità... Spesso, in quei momenti, rivedo mio padre, al pranzo della domenica, in piedi mentre taglia la coscia d'agnello sul piatto posto al centro del tavolo, il corpo leggermente piegato in avanti e le maniche rimboccate. Io e le mie sorelle ci davamo il cambio per ricevere la nostra parte, un pezzo dell'animale, una fetta sanguinolenta. Essendo la più piccola, toccava sempre a me per prima o per ultima. Guardavo il rosso mescolarsi lentamente con il succo dei fagioli, formando un marrone tenue che macchiava la tovaglia.

 

Prima ero sola con le mie sensazioni e i miei ricordi, ora c'è il signor Lacan, il mio medico, che mi aiuta a mettere insieme i pezzi ripetendo il mio nome. A volte lo sento discutere con i neurologi di disturbi della somatognosia, di disregolazione nella percezione dell'immagine corporea e delle sue parti, di uno specchio rotto, di un desiderio frammentato, di un linguaggio che enumera all'infinito tutto ciò che sono, di una forma di personalità separata. Quando un arto inizia a formicolare, il signor Lacan mi chiede di descrivere la sensazione. Gli dico che sento che si muoverà avanti e indietro, così lui interviene per tenerlo fermo. Colma la distanza tra il mio corpo e me con la sua presenza. Mi ascolta, mi incoraggia a continuare a raccontare la mia storia.

 

A volte, il signor Lacan mi chiede di unire la mia mano sinistra alla destra, e quando non ci riesco, mi dà la sua. All'inizio penso sia la mia, ma la sua è molto più calda. Detto questo, mi chiede di dargli la mano destra, ma non riesco a trovarla. È un peccato, perché ho delle belle mani, mani da pianista. Suonavo per mio padre. Le mie sorelle non sapevano suonare il pianoforte. Io e lui suonavamo anche pezzi a quattro mani, intrecciando le dita, era come un animale che correva sulla tastiera suonando Schubert o Chopin.

 

Il signor Lacan mi chiede spesso di raccontargli di queste sessioni al pianoforte. Il giorno dopo, annota il mio sogno: una mano estranea mi preme sullo stomaco e mi soffoca. Ho paura che mi colpisca. Non è la mia; è una mano estranea sotto le lenzuola. Non so da dove venga, né cosa voglia. Sto morendo dentro. Chiamo mia madre. Non viene. Mi sveglio e ricordo che è scomparsa quando ero bambino. Per consolarmi, stringo il mio braccio sinistro e gli canto delle canzoni: “Allodola, dolce allodola, allodola, ti coglierò...”

 

 

 
 
 

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