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DIOGENE INCONTRA MICHEL FOUCAULT

  • 24 minuti fa
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Il filosofo Diogene di Sinope (IV secolo a.C.) è stato forse il più celebre e radicale esponente del cinismo, antica corrente filosofica diffusasi nel mondo antico greco ed ellenistico.

 

Per Diogene, la ricerca filosofica era una pratica di vita quotidiana provocatoria, volta ad incarnare la virtù come "ritorno alla Natura" (Physis).

Diogene considerava le leggi umane, le tradizioni, i costumi e i titoli nobiliari come costrutti artificiali e ipocriti.

L'unico modo per “essere autentici” sarebbe seguire le “leggi della natura”, che sono semplici e universali.

 

Secondo la concezione stoica, il saggio non deve dipendere da niente e da nessuno.

 

Meno bisogni si hanno, più si è liberi e simili agli dei. Per questa ragione, Diogene allenava deliberatamente il corpo e lo spirito a sopportare la fame, il freddo e le fatiche della vita povera. Viveva infatti dentro una botte e possedeva solo un mantello, un bastone e una ciotola (che poi gettò via vedendo un bambino bere dalle mani).

Diogene violava volutamente i tabù sociali e il senso del pudore in pubblico per mostrare l'ipocrisia delle regole civili.

 

Il filosofo sosteneva sempre quella che riteneva essere la verità, in modo crudo e diretto, a chiunque. È la “parresìa”: il dovere e il diritto di esprimere la verità in modo crudo, immediato e senza filtri politici o di cortesia.

 

Diogene considerava inutili i dibattiti logici e metafisici delle altre scuole filosofiche.

 

Per lui, la Verità di un concetto si dimostra vivendolo, non parlandone in dibattiti retorici;

Quando girava di giorno con la lanterna dicendo "Cerco l'uomo", Diogene metteva in luce una verità dolorosa da digerire per gli uomini di ogni tempo.

Quella del filosofo era una provocazione per sottolineare che tra la folla vedeva solo individui conformisti e nessun essere umano autentico che vivesse secondo la propria vera natura.

Diogene sosteneva infatti che la società producesse solo maschere (politici, soldati, ricchi), ma non "uomini autentici".

Ogni costrutto culturale, affermava il filosofo, altro non sarebbe che una formulazione ipocrita che allontana l’uomo dalla felicità.

In sintesi, per Diogene la verità corrisponde all’autenticità radicale; la verità coinciderebbe con l'atto di spogliare l'essere umano da tutte le sovrastrutture artificiali della società per ridurlo alla sua essenza naturale e nuda.

 

Il movimento filosofico di Diogene torva eco nella ricerca del francese Michel Foucault. Secondo Foucault, i cinici antichi agivano in modo da “restringere la verità”, per catturarne gli elementi essenziali.

 

Diogene incontra Foucault

La perdita di contatto con la dimensione essenziale della vita, afferma Foucault, deriverebbe dall’effetto del sapere, che finisce per sommergere la verità. Il sapere per Foucault è sempre un “sapere-potere”, che col il suo dispiegarsi allontana l’uomo dall’esperienza autentica della vita.

 

Per questo, per Foucault è necessario un riequilibrio tra “sapere” – “potere” – “verità”.

 

Foucault riflette sul celebre “episodio della falsificazione della moneta” che riguarda proprio Diogene: il filosofo è stato esiliato con l’accusa di aver falsificato le monete della sua città, Sinope. Aver “tosato” le monete per alterarne il peso diviene metafora della sua filosofia: il termine greco per “monete”, “nomisma”, indica infatti anche le “leggi”, che i cinici cercano di “falsificare”, mostrando l’inganno che le abita.

 

Foucault sottolinea la necessità di riprendere queta operazione, per cogliere l’effetto del sapere-potere come dispositivo che altera il rapporto con la vita nell’esperienza umana, deformandola.

 

Questo aprirebbe alla possibilità di una “vita altra”, fuori dai vincoli del sapere-potere e dai suoi effetti; la lezione di Diogene è centrale: il filosofo è l’anti-Re, superiore persino ad Alessandro Magno, perché a differenza di un sovrano non ha alcun vincolo. La vita del sovrano, schiacciato dai protocolli, sarebbe invece inautentica.

 

Foucault tratteggia il profilo di un’altra vita, fuori dall’abitudinario e dagli schemi dell’ordinario: una “vita altra” fatta di “un poco di verità” che passa per un “denudamento”, proprio come per Diogene, che cerca la verità facendo esperienza della rinuncia.

 

Il filosofo cinico si fa povero per imporre alla società la vista di quello che vuole rimuovere, l’orrore del reale che cerca di cancellare: la verità della miseria e della sofferenza umana. La smorfia cinica riflette l’emergere di questo rimosso, che beffardamente il cinico impone di vedere.

 

Foucault sottolinea la dimensione teatrale della vita del cinico, che si mette in piazza, senza nascondersi, proprio per essere visto, per svelare la dimensione di inganno, di ipocrisia che sorregge le norme, le tradizioni e i costumi sociali.

 

E la verità? Il filosofo Pier Aldo Rovatti scrive:

“Che cosa vuol dire verità?... La verità è ridurre al minimo, la verità è il poco di verità, e questa riduzione al minimo è legittimata da una posizione di critica del potere”.

 

Per approfondire:

-Pier Aldo Rovatti – “Michel Foucault”;

-Diogene di Sinope – “Vita Cinica”;

-Michel Foucault – “Il coraggio della verità”.

 

L’esperienza filosofica fi Foucault non è riducibile ad un sapere, che il filosofo ha tra l’altro articolato nei suoi corsi o nei suoi libri. Piuttosto, il vero valore dell’eredità di Foucault si collocherebbe nella sua vita, testimonianza incarnata di cosa significa indagare la verità.

 

In questo senso, il pensiero del filosofo francese non è leggibile senza interroga l’uomo e l’intellettuale Foucault. Non per cedere alla curiosità della patografia, per far emergere quanto di biografico vi sia nel pensiero del filosofo, piuttosto per trasmettere la possibilità di un “saperci fare”, di maturare un proprio stile nell’attraversare la vita e il rapporto con la verità, mai astratta ma sempre incarnata.

 
 
 

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