“DIVENTARE PSICOANALISTA” SECONDO GABBARD E OGDEN
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«Solo dopo esserti qualificato [come analista] hai la possibilità di diventare un analista. L'analista che diventi sei tu e solo tu; devi rispettare l'unicità della tua personalità: è quella che usi, non tutte queste interpretazioni [queste teorie che usi per combattere la sensazione di non essere veramente un analista e di non sapere come diventarlo].»
(Bion, 1987)
Cosa significa “diventare psicoanalista”? Potremmo chiederci, per prima cosa, se sia un’espressione “adeguata” per descrivere la figura dello psicoanalista. Quella dell’analista, infatti, è una funzione simbolica, una posizione, più che una questione dell’“essere”.
Per Glen Gabbard e Thomas Ogden, due tra i più influenti psicoanalisti contemporanei, il processo che porta a “divenire psicoanalista” assomiglia a quello della maturazione psichica.
Con il processo di “maturazione psichica” il percorso per divenire psicoanalista condivide ad esempio l’importanza di “pensare” e “sognare” la propria esperienza di vita, tanto a livello individuale quanto nel rapporto con l’altro.
In questo senso, nei due processi trova un posto centrale il valore dell’identificazione proiettiva come strumento per rendere “pensabile” ciò che sarebbe “impensabile”.
Tutto questo avviene in un processo di costante oscillazione tra rapporto con l’altro e rifiuto del rapporto.
Come osserva Winnicott:
«Esiste una fase intermedia nello sviluppo sano in cui l'esperienza più importante del paziente in relazione all'oggetto buono o potenzialmente soddisfacente è il suo rifiuto.»
La maturazione della funzione analitica si tradurrebbe poi in un nuovo modo di “sognare”, come forma di “rêverie”; viene infatti descritta una modalità di elaborazione psichica non lineare, che mescola processo primario e secondario.
Scrivono Gabbard e Ogden;
“Il lavoro del sognare è il lavoro psicologico attraverso il quale creiamo un significato personale e simbolico, diventando così noi stessi.”
Vi è poi la dimensione “contenitore – contenuto”: da una parte la capacità di entrare in contatto con i propri pensieri più disturbanti, contenendoli e lavorandoli; dall’altra l’esperienza di rottura e riparazione, di contatto e di relazione con l’altro e il suo sentire psicologico ed emotivo.
Quali sono gli aspetti che Ogden e Gabbard hanno osservato nel “divenire analisti”?

I due autori colgono l’emergere di una “voce autentica” nel loro lavoro, diversa da quella delle figure per loro significative del loro passato. Se a lungo, nella loro funzione, hanno fatto ricorso ad espressioni, gesti, elementi di stile dei loro analisti, maestri e di coloro che li hanno orientati, la maturazione dell’analista passerebbe per la rinuncia a questi elementi di identificazione, per lasciare pieno spazio al proprio stile.
Scrivono:
“Nel processo di diventare analista, si deve essere in grado di commettere atti di parricidio nei confronti dei propri genitori analitici, espiando al contempo il parricidio nell'atto di interiorizzare una versione trasformata di loro”.
Un altro tassello centrale della maturazione della funzione analitica è legato al lavoro di controllo / supervisione: per Gabbard e Ogden questa esperienza porta a maturare la consapevolezza di quanto il lavoro analitico sia di per sé inesauribile. Questa costatazione richiede di abbandonare ogni fantasia narcisistica di completezza, per lasciare spazio alla curiosità, all’accettazione di non essere perfetti ma, come sottolinea Winnicott, “sufficientemente buoni”.
Proseguono poi i due autori:
“Ogni analisi è incompleta… il transfert è interminabile, il controtransfert è interminabile, il conflitto è interminabile. Un'esperienza generativa in analisi mette in moto un processo che continuerà per tutta la vita dell'analista.”
L’autoanalisi diviene allora un processo fondamentale anche se non sostitutivo dell’analisi vera e propria. La propria autosservazione fa parte del lavoro psichico che ogni soggetto continua a fare nel corso della sua vita. In quest’ottica, la fine dell’analisi è “solo” la conclusione di una parte del lavoro psichico che impegna l’analista nel corso della sua vita.
La scrittura diviene un campo di creatività e di espressione dell’inconscio dell’analista come soggetto. Essa diviene un vero e proprio parallelo del processo psichico che porta alla maturazione e all’espressione di idee, concetti e fantasie. Ad esempio, pensare alle possibili risposte dell’altro al proprio lavoro scritto diviene parte del processo di autoanalisi, perché mette in scena il proprio mondo interiore, al di là di quanto si scrive: piacerà? Sarò rifiutato? Sarò criticato?
Maturare il proprio stile, scrivono Gabbard e Ogden, ha a che fare con la crescente capacità di cogliere il “ritmo” della seduta, facendo i conti con creatività dell’impossibilità di essere pronti a quello che emergerà dalle parole del paziente.
Sottolineano i due autori:
“La misura in cui l’analisi è ‘viva’ può dipendere dalla volontà e dalla capacità dell’analista di improvvisare, e di essere improvvisato dall’inconscio della relazione analitica.”
“Divenire analisti” sarebbe quindi possibile solo a partire dall’esperienza che ogni soggetto fa del proprio inconscio e dell’essere “umano”;
Possiamo riassumerlo così: a partire dalle fantasie di immortalità, fare i conti con l’essere mortali; dal desiderio di padronanza, accettare di “non essere padroni in casa nostra”; dalla brama di grandezza e completezza, assumere la necessità di essere in rapporto con l’altro;
Per approfondire:
-Glen O. Gabbard – “Il disagio del narcisismo”;
-Thomas Ogden – “Vite non vissute”;
-Gabbard e Ogden – “Diventare psicoanalisti”.
Gabbard e Ogden sottolineano quanto nell’analista rimanga vivo un conflitto tra il suo ideale e il suo Io, circa il modo di occupare la funzione analitica.
Gli agiti dell’analista in seduta (e fuori da essa) rappresenterebbe l’effetto di questo conflitto che attraversa e anima un soggetto pur sempre in evoluzione.
Divenire “originali” passerebbe necessariamente per una serie significativa di errori e di prove, che l’analista deve, per quanto possibile, mettere al centro del proprio lavoro; non si tratta tanto di un processo di auto-correzione, quanto piuttosto di osservazione del conflitto interno che anima lo psicoanalista in quanto soggetto.
L’analista matura anche nella consapevolezza della perdita della propria giovinezza e della prossimità della propria morte. La capacità per un analista di accompagnare un paziente nel processo del lutto passerebbe per l’avere già maturato l’esperienza soggettiva della perdita come processo da elaborare psichicamente.



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