LA CONCLUSIONE DELLA PSICOANALISI
- 19 mag
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La conclusione del trattamento analitico è un argomento di grande interesse e dibattito: quando possiamo dire che una psicoanalisi è “conclusa”?
Abbiamo un primo elemento, di natura clinica, che possiamo indicare: ad un certo punto del trattamento, di fatto il paziente termina il trattamento, non domandando di proseguire oltre. Perché accade?
Possiamo dire che questo movimento, quando non dettato dalla sfiducia nei confronti del trattamento o dell’analista (drop-out), indica il raggiungimento di un certo equilibrio, ritenuto soddisfacente dall’analizzante.
Insomma, il paziente legittimamente può dire: “va bene così, mi fermo”.
Si tratta di un criterio “clinico”, che può avere (o meno) a che fare con, ad esempio, il superamento del sintomo o delle ragioni di sofferenza che hanno portato il paziente in analisi. Tuttavia, sappiamo che una delle scansioni fondamentali del trattamento è il passaggio dalla “domanda d’aiuto” alla “domanda di sapere” circa il proprio inconscio.
L’analisi “vera e propria” inizierebbe a seguito di questo passaggio.
La domanda di aiuto si esaurisce con il venir meno della sofferenza. La domanda di sapere è invece alimentata dall’incontro con l’enigma metaforico del sintomo che conduce in analisi.
Esiste quindi una conclusione dell’analisi che abbia a che fare con il sapere inconscio?
Già Sigmund Freud si era interrogato su questo tema, nel saggio intitolato “analisi terminale e interminabile” (1937).
Freud era consapevole della presenza di alcuni fattori che potevano rendere l’analisi “interminabile”. Tra questi, il padre della psicoanalisi indica la natura insuperabile del conflitto tra le tre istanze psichiche (Io, Es e Super Io), la “viscosità della libido” (cioè la tendenza psichica a mantenere vivi quei legami affettivi fonte di sofferenza) e l’azione inestirpabile della “pulsione di morte”.
Questi tre fattori determinerebbero l’allungamento indeterminato del trattamento. Nonostante questi ostacoli, Freud ipotizzava una possibile conclusione dell’analisi nel raggiungimento della cosiddetta “roccia della castrazione”, il punto oltre il quale diverrebbe impossibile procedere nell’analisi a causa della forza delle resistenze psichiche.
Anche Jacques Lacan, nel corso del suo insegnamento, ha cercato di individuare la fine del trattamento. Lacan desiderava individuare la “logica” del fine analisi in modo che fosse coerente con la struttura stessa dell’inconscio.
Negli anni, Lacan ha individuato diverse possibili “conclusioni dell’analisi”.

Il primo Lacan sottolineerà il “disinvestimento immaginario” a profitto della “posizione simbolica” del soggetto come possibile fine analisi. Cosa significa?
Il “Lacan classico” mette al centro della propria teoria la centralità del simbolico rispetto all’immaginario narcisistico. La rinuncia all’attaccamento all’immagine ideale dell’Io permetterebbe di assumere la posizione simbolica, come quella dell’analista.
Con l’esaurirsi dell’apparato significante, emerge la posizione di scarto (“sicut palea” – “come letame” dice San Tommaso d’Aquino dei propri scritti alla fine della sua vita, ), con lo svuotamento narcisistico dell’Io.
Nel testo intitolato “La direzione della cura”, Lacan indica nel passaggio dall’essere oggetto di desiderio a soggetto desiderante la chiave della fine dell’analisi. In gioco abbiamo quindi una scansione: da oggetto desiderato e bramato dall’Altro, a soggetto che si assume la piena responsabilità circa il proprio desiderio.
Frutto dell’analisi portata fino in fondo, sottolinea Lacan, sarebbe l’emergere del “desiderio dell’analista”, inteso come il desiderio di “fare emergere la differenza assoluto” da ogni altro che abita il soggetto in analisi. Un altro frutto della fine analisi sarebbe il “più di vita”, il pieno dispiegarsi del potenziale generativo del desiderio.
La fine dell’analisi sarebbe, in conclusione, il momento in cui il soggetto si identifica con la propria unicità; Lacan definisce questo passaggio “identificazione al sintomo”.
Per testimoniare degli effetti dell’analisi, Lacan ha ideato un dispositivo, tanto discusso quanto affascinante, denominato “passe”.
Per approfondire:
-Sigmund Freud – “Analisi terminabile e interminabile”;
-Massimo Recalcati – “Jacques Lacan;
-Fausta Ferraro e Alessandra Garella – “In-fine”.
La passe è il dispositivo che Lacan ha individuato per far emergere gli effetti trasformativi dell’analisi. Questo dispositivo è stato oggetto di dibattito e polemica, data la centralità che Lacan gli ha attribuito.
Tuttavia, è affascinante studiare e leggere le testimonianze di coloro che hanno accettato di sottoporsi a questo dispositivo, descrivendo le torsioni del loro “attraversamento del fantasma” fondamentale che ha orientato la loro vita.
Questa è infatti un’altra definizione lacaniana del fine analisi: “attraversare il proprio fantasma”, rifondando il proprio rapporto con il godimento e la pulsione che anima ciascun soggetto.



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