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LA LIBIDO SECONDO FREUD E JUNG

  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Il concetto di “Libido” è uno dei pilastri della psicoanalisi freudiana. Freud teorizza questo concetto definendola come l’energia delle pulsioni sessuali.

 

Se la pulsione è una forza strutturale e dinamica, sul confine tra psichico e fisico e dotata di una precisa direzione, la libido invece è definita come “l'energia, considerata come una grandezza quantitativa, delle pulsioni che hanno a che fare con tutto ciò che può essere compreso sotto il nome di amore”.

 

È il lavoro clinico con l’isteria che porta Freud ai concetti di pulsione e libido. Le prime intuizioni freudiane troveranno una loro articolazione nei “Tre saggi sulla teoria sessuale” (1905).

 

La libido, sottolinea Freud, è l’energia che alimenta la pulsione, il suo “carburante”. La pulsione ha una grande plasticità, potendosi legare a diverse parti del corpo, così da renderle “zone erogene”. Il suo unico fine è la propria soddisfazione, in modo diretto, mascherato (come nei sintomi nevrotici) o parziale (come nei sogni).

 

Freud utilizza una metafora per spiegare il funzionamento della libido: la descrive come un “fiume che scorre impetuoso e può dividersi in diversi rami”, per esaltarne il dinamismo…

 

In seguito Freud distinguerà tra libido oggettuale, che alimenta il legame pulsionale con altri oggetti, e le spinte auto-conservative del soggetto, animate dalla libido narcisistica.

 

Carl Gustav Jung, dopo essersi avvicinato con entusiasmo alla teoria freudiana, ha progressivamente sviluppato diverse critiche. Il suo vertice osservativo era diverso da quello del maestro viennese: se Freud ha fondato la psicoanalisi a partire dalla clinica delle nevrosi, Jung invece era uno psichiatra a stretto contatto con pazienti psicotici.

 

Freud Jung libido

Già nel 1907, nell’opera “Psicologia della demenza precoce”, Jung ha preferito utilizzare il concetto, più astratto, di “energia psichica”, esprimendo così i suoi dubbi circa la centralità della sessualità.

 

Scrive Jung:

“Bisognerebbe allora dichiarare in linea generale che ogni rapporto con il mondo circostante è un rapporto sessuale: in tal modo il concetto di sessualità diverrebbe così nebuloso che non si saprebbe più che cosa possa propriamente significare la parola "sessualità". Un sintomo chiaro di questa inflazione concettuale è costituito dal termine "psicosessualità".

 

Jung preferisce un’interpretazione in termini energetici, cercando di svincolarsi dalla  concezione freudiana. Per lo psichiatra svizzero la libido andrebbe intesa come un “appetitus allo stato naturale”.

 

La sua definizione quindi prende questa forma:

“è più prudente, parlando della libido, intendere con questo termine un valore energetico suscettibile di comunicarsi a una sfera qualsiasi di attività: potenza, fame, odio, sessualità, religione eccetera, senza essere un istinto specifico”

 

Jung, parlando di libido in termini energetici, evoca le intuizioni di molti pensatori del passato. Tra i vari, il padre della psicologia analitica cita Fanete, Esiodo, Plotino, Schopenhauer…

 

Ad esempio, il filosofo tedesco afferma:

“La volontà, come cosa in sé, differisce completamente dalla sua manifestazione fenomenica ed è assolutamente indipendente dalle forme di quest'ultima, che essa assimila solo quando si manifesta, e che quindi concernono solo la sua estrinsecazione obiettiva, ma sono estranee alla volontà stessa”

 

La libido di Jung allora diventa il nome della forza creatrice, che attraversa lo psichico dell’intera umanità e divenendo percepibile solo su un piano soggettivo, nell’animo di ciascuno.

 

Così Plotino:

“Ciò che sta racchiuso nell'intelletto, si dispiega nell'anima del mondo come Logos, la riempie di contenuti e la inebria, per così dire, di nettare”

 

Nella concezione di Jung la libido da realtà individuale diviene forza universale, contraltare energetico dell’inconscio collettivo. Le differenze di vedute sul concetto di libido porteranno Jung ad allontanarsi da Freud e dalla psicoanalisi, per dare poi vita alla “psicologia analitica”.

 

Per approfondire:

-Sigmund Freud – “Tre saggi sulla teoria sessuale”;

-Carl Gustav Jung – “Psicologia della demenza precoce”;

-Carl Gustav Jung – “La libido. Simboli e trasformazioni”.

 

La libido avrebbe un ruolo fondamentale, secondo la psicoanalisi freudiana, nel rapporto del soggetto col mondo.

Tramite la metafora dell’ameba, Freud descrive il rapporto del soggetto col mondo come il frutto dei suoi investimenti psichici. Così come gli pseudopodi dell’ameba si muovono nello spazio, avanzando e ritraendosi, così l’energia libidica permette alla pulsione di esprimersi e investire gli oggetti del mondo, facendoli entrare nella vita psichica.

 

La concezione freudiana invece mette al centro la perdita, nell’umano, dell’istinto, per azione della civiltà. Il concetto di pulsione è intrinseco dell’umano non in quanto elemento naturale, ma anzi come perdita dello stato di natura. La pulsione ne sarebbe quindi un resto, ciò che dell’istinto rimane per azione del linguaggio sul corpo (come sottolineato poi da Lacan).

 

La teoria della libido resterà una costante nella teoria di Freud, venendo più volte aggiornata e rivista. In particolare, Freud nel saggio “Al di là del principio del piacere” (1920) distinguerà tra pulsioni di vita (Eros) e pulsioni di morte (Thanatos).

 

La libido in questa seconda concezione viene intesa come l’energia delle pulsioni di vita.

 

Tra i possibili destini di queste energia, trova uno spazio di rilievo la sua sublimazione in mete non sessuali.

 

In termini complessivi, possiamo indicare nella pulsione l’articolazione strutturale dinamica alla base della vita psichica secondo Freud. La libido invece sarebbe l’ammontare di energia che determina il funzionamento pulsionale.

 
 
 

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