LACAN E LA TRISTEZZA
- 12 lug
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“È possibile una forma di giudizio etico, di un tipo che dà a questa domanda la forza di un Giudizio Universale: hai agito in conformità con il desiderio che è in te? [...] l'unica cosa di cui si può essere colpevoli è di aver ceduto rispetto al proprio desiderio”
(Jacques Lacan, L’etica della psicoanalisi)
Jacques Lacan è stato al centro del dibattito teorico e clinico della psicoanalisi per almeno 30 anni. La sua ricerca ha toccato molteplici ambiti: la clinica della psicosi, il narcisismo, il ruolo del linguaggio in analisi, la costruzione della realtà nell’intreccio tra reale, simbolico e immaginario…
Il suo insegnamento è avvenuto prevalentemente in forma orale, nel corso dei celebri “Seminari”. In particolare, il Seminario tenuto tra il 1959 e il 1960 è stato dedicato all’“Etica della psicoanalisi” e mette in gioco la questione della tristezza e dell’affetto depressivo.
Si tratta di un tema caro a Lacan, ripreso anche in “Televisione”, diversi anni dopo.
In che modo etica e psicoanalisi si intrecciano? Per Lacan è una questione decisiva, che tocca la natura profonda del soggetto; in gioco è il rapporto del soggetto con il proprio desiderio più intimo.
Lacan ha espresso più volte la sua posizione rispetto all’affetto della tristezza. Lo psicoanalista definisce la tristezza un “affetto” per enfatizzare l’implicazione del soggetto e del suo rapporto con il significante.
Nell’affrontare questo tema, insieme teorico e clinico, Lacan esprime un giudizio tagliante:
“La tristezza, per esempio viene qualificata come depressione, quando le si dà come supporto l’anima, o la tensione psicologica, (secondo la teoria) del filosofo Pierre Janet. Ma non è uno stato d’animo, è semplicemente una “viltà morale”, come si esprimeva Dante, o anche Spinoza: un peccato, il che vuol dire una fiacchezza morale, che in ultima istanza si situa a partire dal pensiero, cioè dal dovere di ben-dire o di ritrovarcisi nell’inconscio, nella struttura”

Lacan forse attacca chi soffre di depressione, ritenendolo “colpevole” del proprio malessere? No, in gioco è invece la differenza tra “colpa” e “responsabilità”, cioè l’implicazione soggettiva nella propria condizione.
Lacan accosta infatti l’affetto depressivo alla “pecca morale”, per recuperare un aspetto centrale della clinica, andato perduto con l’imporsi del discorso medico nel mondo della psiche: che posto occupa il soggetto rispetto alla propria sofferenza? Il soggetto può essere “responsabile” di ciò che lamenta?
Se lo scientismo esclude il soggetto, Lacan lo reintroduce. Ecco perché fa riferimento a Dante, che considera gli “accidiosi” gli autori di un grave peccato, tanto da meritare una pena eterna.
L’affetto della depressione avrebbe a che fare con una reazione di fuga del soggetto davanti all’angoscia della mancanza, impossibile da saturare, che lo abita in quanto parlante. Questa fuga sarebbe nella direzione del passato e dell’identificazione all’oggetto perduto.
L’aspetto centrale della clinica della depressione avrebbe a che fare con l’effetto della perdita e con un certo “rifiuto dell’inconscio” da parte del soggetto.
Questo rifiuto rifletterebbe la fatica di elaborare la mancanza che la perdita ha scavato, lasciando il soggetto svuotato e privo di forze vitali. Il soggetto quindi si sarebbe allontanato dal proprio desiderio, per il rifiuto di fare i conti con la mancanza che lo abita.
Ecco perché in gioco è allora una dimensione etica: il soggetto è chiamato a fare i conti con la mancanza per dare vita al movimento generativo del desiderio e assumerlo. Perché ciò sia possibile, è necessario “lasciar andare” l’idea di completezza e di pacifica unità del soggetto che alimenta l’affetto depressivo.
All’opposto dell’affetto depressivo, afferma Lacan, sorge “il gaio sapere, che invece è una virtù” che non passa dall’assoluzione di “nessuno dal peccato – originale come ognuno sa”.
Ecco perché il superamento dello stato depressivo non ha a che fare con la cancellazione del trauma della perdita, ma con l’assunzione singolare del proprio desiderio, con il lasciarsi alle spalle “l’aver ceduto sul proprio desiderio”, unico peccato alla luce della psicoanalisi.
Per approfondire:
-Jacques Lacan – “Il Seminario, Libro VII, L’etica della psicoanalisi”;
-Jacques Lacan – “Televisione”;
-Ramaioli, Cosenza, Bossola – “Jacques Lacan e la clinica contemporanea”
La direzione della cura nella depressione mira all’assalto alla fortezza delle difese del soggetto depresso. L’atto dell’analista punta a rompere l’identificazione monolitica al significante “sono depresso”.
Cosa resta del soggetto al di là dell’affetto che lo divora? Chi è al di là della sua sofferenza?
Rinnovare l’alleanza con il proprio desiderio passa per il recupero della propria divisione e per l’elaborazione del lutto dell’Uno prima della perdita che questo comporta.
L’apertura su quanto del talento, delle passioni e della particolarità fa parte dell’autentico nucleo del soggetto permette al soggetto di rifiorire, di lasciare il passato nel passato, di rendere il vuoto della mancanza il motore generativo del desiderio.



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