PICASSO E IL MINOTAURO
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“Se tutte le tappe della mia vita potessero essere rappresentate come punti su una mappa e unite con una linea, il risultato sarebbe la figura del Minotauro”
(Pablo Picasso)
Il rapporto tra Pablo Picasso e il Minotauro è profondo e carico di valore simbolico. La creatura mitologica è un vero e proprio “alter ego” dell’artista, uno specchio in cui Picasso ha proiettato per decenni pulsioni, colpe, desideri, violenza e fragilità.
Il Minotauro diviene protagonista nella produzione di Picasso tra il 1933 e il 1937, durante il periodo della “Suite Vollard” e delle “grandi incisioni”.
In quegli anni l'artista rappresenta il Minotauro in molteplici di varianti: come amante tenero, come essere brutale, come figura ebbra; persino morente, cieco oppure guidato da una bambina, aggressore di donne addormentate.
Cosa rappresenta il Minotauro per Picasso?
L’artista stesso era consapevole di incarnare la dualità insanabile della creatura mitologica: la parte animale, istintiva, sensuale e distruttiva (il toro) e la parte umana, razionale, creativa e tormentata dal senso di colpa (il corpo umano).
Il toro era da sempre nel suo immaginario: legato alla corrida spagnola, all'infanzia a Málaga, al sangue, alla morte rituale e alla virilità esibita.
Il Minotauro è un mostro ibrido, condannato al labirinto, escluso dalla società, simbolo dell’unione tra umano ed animale. Nel mostro mitologico l’artista trova il conflitto eterno tra natura e cultura. Afferma Picasso:
“non si può andare contro la natura, essa è più forte dell'uomo, più forte! Ci conviene andare d'accordo con la natura.”
Picasso si riconosceva in questa condizione di esilio interiore, di forza che attrae e terrorizza allo stesso tempo.
In opere come “Minotauromachia” (1935) l’artista condensa tutto: il Minotauro cieco che avanza verso una bambina innocente con una candela (forse la ragione, forse Marie-Thérèse), la donna-matador morta sul cavallo agonizzante, le figure che osservano impotenti dalla finestra.

Un anno dopo arriverà “Guernica”, dove il toro/Minotauro tornerà come testimone muto dell’orrore della guerra.
Nel simbolo del Minotauro Picasso pare dare forma al ritratto di un uomo che sa di essere abitato da qualcosa di mostruoso e che per questo cerca redenzione nell’arte.
Picasso diventa mostro per raccontarsi: la violenza erotica, il senso di colpa, la dipendenza dal desiderio diventano visibili e nominabili.
L’arte diventa strumento di risoluzione dei conflitti psichici; attraverso le sue opere l’artista cerca di vincere una battaglia contro le sue contraddizioni.
Conclude Picasso:
“La pittura non è fatta per decorare gli appartamenti. È uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico”
Forse il grande artista aveva ragione: unendo le tappe del suo percorso artistico, non può che emergere la figura inquietante ed affascinante del Minotauro.
Per approfondire:
-Drakulic – “Dora e il Minotauro. La mia vita con Picasso”;
-Bignardi – “Le stanze del minotauro. Scritture su Picasso”;
-Widmaier-Picasso – “Picasso. Ritratto intimo”.
Il Minotauro picassiano non è mai solo “forza bruta”. Spesso è rappresentato come vulnerabile: nelle sue opere è spesso ferito, cieco o morente.
Il simbolo diviene potenza espressiva e linguistica, un condensato nel quale significati diversi si mescolano tra loro.
L’unione ibrida tra uomo ed animale diviene simbolo del conflitto eterno che Freud descrive ne “Il disagio della Civiltà”: l’uomo occupa un posto di alienazione rispetto alla natura, di perdita di contatto rispetto all’istinto e al resto del Creato.
L’esilio è il tratto stesso della condizione umana; per questo il minotauro assume una rilevanza così significativa: nella testa animale abbiamo il trionfo di un’umanità perduta, dominata dallo spirito dell’animale.
Il corpo umano, sotto la guida della testa di toro, si fa strumento della volontà della natura; in senso freudiano, il corpo diviene luogo del trionfo della pulsione.



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