L'EROE CADUTO: EDIPO A COLONO
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Nella tradizione della tragedia greca, l’eroe non scompare mai nel pieno del suo splendore.
Egli attraversa la rovina, fa esperienza della perdita e della caduta.
È questo il movimento profondo che Sofocle racconta in "Edipo a Colono", l’ultima opera che scrisse, portata in scena postuma nel 401 a.C.
Qui l’eroe non è più il Re che sfida la Sfinge e risolve enigmi; non è più il parricida inconsapevole né l’accecato che si esilia;
Edipo è ridotto ad un anziano mendicante, cieco e sporco, accompagnato dalla figlia Antigone, che chiede solo un luogo dove morire in pace.
Eppure è proprio in questo stato di rovina che Edipo diventa, paradossalmente, più grande di quanto non fosse sul trono di Tebe.
L’eroe caduto non è semplicemente un uomo sconfitto.
Edipo ha attraversato il confine tra umano e mostruoso, tra sapere e cecità, tra gloria e infamia, e ne viene trasformato.
Sofocle non ci offre la consolazione del "martirio" né la "vendetta tragica": ci mostra invece la lenta, dolorosa acquisizione di una dignità che non dipende più dal potere, dalla bellezza o dalla vittoria.
Edipo a Colono è l’eroe che ha smesso di voler essere eroe.
L'ultimo Edipo cerca di fare i conti con la proprio storia, attraverso il lutto dei propri errori e accogliendo i limiti della propria condizione umana.
Quando arriva al bosco sacro delle Eumenidi, cieco e mendico, viene respinto dagli abitanti di Colono con orrore: è l’uomo che ha ucciso il padre e sposato la madre, l’incarnazione della contaminazione e del peccato.
Ma Edipo non si difende implorando pietà.
La sua risposta è di una lucidità feroce: «Io non ho scelto il male, il male ha scelto me».
È la consapevolezza del destino che lo rende intoccabile. Non è più vittima del fato; ne è diventato testimone consapevole.
E qui si consuma la trasformazione: l’eroe caduto non è redento in un'ascesa che cancella il suo passato; è invece trasfigurato.
Quando Zeus tuona e la terra si apre per accoglierlo Edipo nell'Ade, non è una punizione, l'ennesima per la sua condizione.
Gli dèi stessi rivendicano l'eroe tra di loro. Edipo non muore ma scompare.
Il suo corpo non viene trovato.
È altrove, in un luogo che gli uomini non possono più trovare.
Non è più grande perché vince, ma perché accetta di perdere tutto e, in quel perdere, diventa altro.
La tragedia di Sofocle non mette al centro un uomo senza difetti; Edipo è un uomo che, cadendo, offre la testimonianza di poter trovare ancora qualcosa di più grande nella sua stessa caduta.
È in gioco il potenziale trasformativo del lutto, la possibilità di accettare la propria storia anche quando sembra impossibile.
Edipo fa di nuovo i conti con i suoi limiti, permettendo così alla "tragedia" che ha attraversato di concludersi.

Nell'immagine: "Edipo a Colono", Jean-Baptiste Hugues, 1885, marmo, Galleria d'Orsay.
Nella conclusione del ciclo che lo vede protagonista, Edipo non torna a Tebe da re, in trionfo. L'eroe non riconquista il potere. Non lava la colpa con il sangue.
Chiede di poter concludere degnamente la propria vicenda umana, secondo le leggi divine che in passato avevo deciso di violare.
Edipo si limita a morire in un luogo straniero, accolto dalla terra stessa.
E in quel gesto finale, Sofocle pone l'attenzione sull’ultimo insegnamento di questa tragedia: la grandezza più alta non sta nell'evitare il fallimento, nel non cadere, ma nel cadere fino in fondo e, da lì, attraversare il fallimento, come metamorfosi del lutto.
La figura dell’eroe che si eleva proprio nella caduta attraversa poi tutta la cultura occidentale.
Pensiamo a Lear che, nudo nella tempesta, riconosce la verità solo quando ha perso tutto; a Dostoevskij che fa dire al principe Myškin «la bellezza salverà il mondo» mentre è ormai considerato un idiota; a Melville che fa inseguire a Achab la balena bianca fino all’autodistruzione, ma lascia nel gesto finale una grandezza disperata.
In "Edipo a Colono" troviamo il prototipo di questa linea: l’eroe che, toccato il fondo dell’umiliazione, acquista una sovranità che nessun trono potrà mai dargli.



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