NIETZSCHE E IL GREGGE SENZA MEMORIA
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“Osserva il gregge che pascola davanti a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi: salta intorno, mangia, digerisce, salta di nuovo. È così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere ed il suo dispiacere, attaccato cioè al piolo dell'attimo e perciò né triste né annoiato...
L'uomo chiese una volta all'animale: "Perché mi guardi soltanto senza parlarmi della felicità?" L'animale voleva rispondere e disse: "Ciò avviene perché dimentico subito quello che volevo dire" – ma dimenticò subito anche questa risposta e tacque: così l'uomo se ne meravigliò.
Ma egli si meravigliò anche di se stesso, di non poter imparare a dimenticare e di essere sempre accanto al passato: per quanto lontano egli vada e per quanto velocemente, la catena lo accompagna.
È un prodigio: l'attimo, in un lampo è presente, in un lampo è passato, prima un niente, dopo un niente, ma tuttavia torna come fantasma e turba la pace di un istante successivo. Continuamente si stacca un foglio dal rotolo del tempo, cade, vola via – e improvvisamente rivola indietro, in grembo all'uomo. Allora l'uomo dice "Mi ricordo".”
“Sull’utilità e il danno della storia per la vita”
(Considerazioni inattuali, 1874)

Nietzsche non descrive semplicemente una differenza tra “animale” e “uomo”; il filosofo mette in scena una vera e propria frattura ontologica che attraversa l’esistenza.
Cosa osserviamo nella scena descritta da Nietzsche?
Il gregge pascola, salta, mangia, digerisce, salta di nuovo – e in questo “ciclo elementare” non c’è ieri né oggi, solo l’attimo presente come unico orizzonte reale.
L’animale non è “felice” in senso riflessivo; è felice perché non sa di esserlo, perché la domanda sulla felicità non ha ancora aperto in lui la ferita del tempo.
L’uomo, invece, interroga l’animale proprio perché avverte in sé l’assenza della beatitudine immediata.
“Perché mi guardi soltanto senza parlarmi della felicità?”
Nella domanda troviamo una confessione: l’uomo non può più essere felice senza confronto con ciò che non è più o con ciò che potrebbe essere.
L’animale inizia a rispondere – “perché dimentico subito quello che volevo dire” – ma dimentica anche la risposta stessa. Il silenzio che segue non è vuoto: è la felicità che si sottrae al linguaggio, al ricordo e alla catena.
Nietzsche non propone un ritorno al mitico paradiso pre-umano. Il centro della diagnosi è il prodigio che descrive subito dopo – l’attimo che “in un lampo è presente, in un lampo è passato, prima un niente, dopo un niente” eppure “torna come fantasma e turba la pace di un istante successivo”.
L’uomo è l’essere che non riesce a lasciar cadere il foglio del tempo.
La catena che accompagna l’uomo “per quanto lontano egli vada e per quanto velocemente” non è solo il peso del passato. Il rischio è di cadere nella “malattia della storia”.
Senza oblio attivo, non c’è azione possibile. È questa la proposta di Nietzsche.
L’oblio nietzschiano non è semplice amnesia: è una forza plastica, una capacità di aprire selettivamente la memoria per lasciare spazio al nuovo.
L’animale dimentica per natura.
L’uomo invece è incatenato al “Mi ricordo”, formula con cui trasforma ogni attimo in fantasma del passato.
Che posto dare al passato?
Qui troviamo una questione chiave della psicoanalisi. Da una parte, vediamo il rischio paventato da Nietzsche per l’uomo: rimanere incastrato nella propria storia, in un racconto già scritto, destinato a ripetersi senza aprire al nuovo; davanti a questa prospettiva non resta che la dimenticanza come oblio della pena eterna di un’esistenza meccanica. Dall’altra abbiamo la scommessa dell’analisi: riscrivere il passato per aprire una nuova possibilità.
L’analisi, infatti, punta ad una riscrittura inedita dello stesso per trovare il nuovo, come se fosse una piega del già saputo; nel sapere infatti si tratta di determinare una torsione, facendo emergere l’inedito, l’inconscio dal conscio.
Per questo è usuale nell’esperienza analitica, scoprire proprio nel sintomo la radice del talento, proprio nella sofferenza il punto di partenza per la piena realizzazione di sé.
Per approfondire:
-Friedrich Nietzsche –“Considerazioni inattuali”;
-Friedrich Nietzsche – “Ecce Homo”;
-Susanna Mati – “Friedrich Nietzsche”.
Qui si annuncia già il grande tema della seconda Inattuale: la storia come malattia quando diventa sovrabbondante, quando il sapere storico soffoca la vita invece di servirla.
Il gregge incarna la salute pre-storica; l’uomo moderno, invece, è “malato di storia” perché ha smarrito l’arte di chiudere le porte del passato. La monumentalità, l’antiquaria, la critica – le tre modalità storiche che Nietzsche analizzerà – sono tentativi di gestire quella catena; ma tutte, se non subordinate alla vita, finiscono per stringerla ancora di più.
Nietzsche si chiede: è possibile diventare capaci di oblio senza diventare animali? È possibile danzare nell’attimo senza dimenticare di aver danzato, senza trasformare la danza in reliquia o in rimpianto?
La risposta nietzschiana maturerà più tardi, soprattutto in Zarathustra e nella dottrina dell’eterno ritorno: l’affermazione suprema non è l’oblio ingenuo del gregge, ma l’oblio eroico di chi dice “così volevo che fosse” anche all’istante più doloroso, anche al passato più insopportabile.



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