LE MACCHIE DI HERMANN RORSCHACH
- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 3 min
“La realtà è creata da armonie che fisicamente si manifestano come uno specchio che riflette l'anima”
(Hermann Rorschach)
Hermann Rorschach, nato a Zurigo l’8 novembre 1884, scomparve prematuramente il 2 aprile 1922, a soli 37 anni ad Herisau; ancora oggi è una delle figure più originali ed affascinanti della storia della psicologia.
Figlio di un insegnante di disegno, Rorschach univa rigore scientifico e sensibilità artistica. Questa doppia natura gli permise di trasformare un’intuizione – il ricorso a macchie simmetriche d’inchiostro – in uno degli strumenti più potenti per esplorare la psiche.
Con il suo libro “Psychodiagnostik” (1921), pubblicato appena un anno prima della morte, Rorschach presentò al mondo un metodo capace di rivelare le strutture della personalità, i meccanismi di difesa, le risorse creative e le fragilità psichiche dei pazienti, in gran parte inconsce.
Qual è lo scopo del suo test? Rorschach risponde:
“Il test permette di distinguere diversi tipi di personalità e di riconoscere certe forme di malattia mentale attraverso il modo in cui il soggetto percepisce e interpreta le macchie”
La sua vita venne interrotta bruscamente da una peritonite che lo stroncò proprio quando la sua opera stava cominciando a diffondersi.
Il suo test, pur tra critiche, revisioni e continui dibattiti, è sopravvissuto al suo ideatore e continua ancora oggi a essere utilizzato, studiato e discusso in tutto il mondo.

Gli psicoanalisti della prima generazione ignorarono o considerarono il test di Rorschach un «lontano cugino» della psicoanalisi, nonostante lo stesso Rorschach fosse membro attivo della Società Svizzera di Psicoanalisi e avesse pubblicato su riviste psicoanalitiche.
Rorschach era cauto circa i limiti di utilizzo del suo metodo:
“Il test non è uno strumento per scavare nell’inconscio profondo, ma un mezzo per studiare i processi percettivi e le strutture della personalità”
Solo in seguito (soprattutto negli USA con Klopfer, Beck, Rapaport e Schafer) il test venne pienamente integrato in un’ottica psicoanalitica.
Klopfer enfatizzava l’aspetto fenomenologico e flessibile del Rorschach, considerandolo uno strumento unico per esplorare la personalità attraverso l’approccio percettivo. Lo vedeva come un ponte tra pratica clinica e psicoanalisi.
David Rapaport integrò profondamente il Rorschach nella teoria psicoanalitica, considerandolo uno strumento essenziale per studiare i meccanismi di difesa, il processo primario e secondario e il funzionamento dell’Io. Le sue interpretazioni psicoanalitiche del test rimangono un classico; possiamo dire che Rapaport vedeva il Rorschach come una “via regia” per accedere all’inconscio attraverso la percezione.
I protocolli Rorschach più noti sono quelli realizzati durante il processo di Norimberga: Kelley e Gilbert somministrarono il test ai gerarchi prigionieri, così da verificare la loro capacità di intendere e di volere.
Molti clinici contemporanei ne fanno ricorso (secondo le procedere definite dalle molteplici Scuole Rorschach) proprio per la sua capacità di rivelare “come” la persona “percepisce” e “organizza” la realtà.
Il noto analista junghiano John Beebe ha contribuito a riconciliare concetti di Rorschach (come introversivo/extratensivo) con la tipologia junghiana di introversione/extraversione. Beebe sostiene che entrambi gli autori (Jung e Rorschach) si riferivano più a tipi di coscienza che a tipi di personalità rigidi.
Per approfondire:
-Searls – “Macchie d’inchiostro”;
-Rorschach – “Psychodiagnostik”;
-Zizolfi/Nielsen – “Rorschach a Norimberga”.
A proposito dell’uso del test a Norimberga, lo psicoanalista Salvatore Zizolfi, Maestro del metodo, sottolinea:
“Non è azzardato affermare che si tratta dei protocolli più ampiamente esaminati e dibattuti, a più riprese e ripetutamente, dalle prospettive più differenti, di tutta la storia del test di Rorschach (Borofsky, & Brand, 1980; Brunner, 2001), ed è ancora presto per archiviarli come un capitolo dimenticato della storia della medicina (Dimsdale, 2015).
Non senza molte ragioni, fra cui una delle più importanti è la lezione tuttora attuale che è possibile ricavare dall’esperienza psicodiagnostica di Norimberga, nonostante e anzi anche a motivo dei tanti problemi di attendibilità e di validità di questi protocolli”
Un aspetto centrale per valutare l’utilità psicodiagnostica del metodo Rorschach è infatti la validità psicometrica: in che modo il test risulta scientificamente valido?
Da un secolo clinici e ricercatori si dedicano allo studio dei protocolli, definendo procedure, raccogliendo campioni e studiando indici.
La pratica del metodo risulta clinicamente utile laddove il somministratore abbia fatto correttamente riferimento ad una delle Scuole di Riferimento per la pratica del Rorschach; in Italia occupa un posto d’eccezione la Scuola Romana Rorschach (SRR).



Commenti