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LA MELANCONIA

La perdita è una delle più frequenti e dolorose esperienze umane. Nel corso della vita, l’esistenza è costellata da una serie di lutti che siamo chiamati ad elaborare. Il processo di elaborazione del lutto è centrale per tenere insieme il tessuto della realtà e sopravvivere a queste perdite.

 

Si tratta di un vero e proprio processo simbolico che porta a riorganizzare l’esperienza del soggetto, facendo i conti con il posto vuoto lasciato da ciò che è venuto meno (una persona, un animale, un’esperienza, un luogo).

 

Freud sottolinea come questo processo richieda due ingredienti fondamentali: tempo e lavoro.

Attraverso questo processo simbolico, da una parte avviene una riorganizzazione dell’esperienza e del mondo nel quale il soggetto vive; dall’altra la pulsione trova nuove vie per legarsi a nuovi oggetti.

 

Ciò che viene perso è quindi simbolizzato, trattato attraverso dispositivi che ne richiamano alcuni elementi così da offrire un senso di continuità nella perdita (tramite forme religiose o civili di ricordo e di legame, ad esempio).

 

Tuttavia, nella psicosi melanconica il processo di elaborazione del lutto è impossibile. Da una parte il soggetto fatica a comprendere quale sia l’elemento perduto che suscita dolore, poiché la perdita appare enigmatica e difficile da spiegare; dall’altra, come sottolinea Freud:

 

“emerge in primo piano, rispetto alle altre rimostranze, la riprovazione morale nei confronti del proprio Io; la valutazione di sé si basa assai più raramente su imperfezioni fisiche, bruttezza, debolezza, inferiorità sociale; solo l’impoverimento assume una posizione di rilievo fra i timori o le dichiarazioni del malato“

 

L’impossibilità di elaborare simbolicamente il lutto determina una scissione interna alla psiche del soggetto: una parte dell’io attacca l’altra; questo rimprovero appare avere origine nel mondo esterno per poi rivolgersi verso quello interno.

 

Cosa è accaduto?

La perdita dell’oggetto mette in crisi l’investimento pulsionale; secondo Freud, la libido rimasta libera finisce con il tornare sull’Io; tuttavia ciò determina identificazione dell’Io stesso con l’oggetto perduto.

 

Commenta Freud: “l’ombra dell’oggetto cade così sull’Io”

 

È questa identificazione, il sovrapporsi dell’oggetto perduto con l’io, a scatenare il conflitto interno che si traduce in autocritica e autodistruttività.

 

Conclude Freud:

“Quando l’amore per un oggetto si è rifugiato nell’identificazione narcisistica –ma si tratta di un amore a cui non si può rinunciare nonostante si sia rinunciato all’oggetto stesso – accade che l’odio si metta all’opera contro questo oggetto sostitutivo oltraggiandolo, denigrandolo, facendolo soffrire e derivando da questa sofferenza un sadico soddisfacimento”.

 

Che effetto ha questo processo sulla psiche del soggetto melanconico? Lo vediamo bene nel racconto della sua esperienza: nella melanconia il mondo è solo al passato, svuotato di senso e di ogni possibile futuro.

 

Il melanconico è un soggetto che ha terminato di vivere, ma che nonostante ciò non muore. Una spirale depressiva senza fine cattura il soggetto, trascinandolo in un’esistenza nella quale il passato prende il posto del futuro.

 

L’impasto sempre presente tra pulsioni di vita e pulsione di morte lascia posto al prevalere senza argini della pulsione di morte. Per questo per il soggetto l’unica via d’uscita è il suicidio come modo per, distruggendo l’Io, distruggere anche l’oggetto perduto che non tramonta mai.

 

Per approfondire:

-Sigmund Freud – “Lutto e melanconia”;

-Roberto Cavasola – “Bipolare? La melanconia, la mania, il suicidio e Lacan”;

-Massimo Recalcati – “Lavoro del lutto, melanconia e creazione artistica”.

 


Nella psicosi, l’accesso alle ordinarie vie del registro simbolico diviene impossibile; l’azione del linguaggio non determina l’esilio della “Cosa”, provocando un ristagno pulsionale nel corpo del soggetto.

 

Cosa si intende per “Cosa”? Per Lacan la “Cosa” sarebbe l’oggetto del godimento primario, perduto per sempre per effetto del linguaggio sul corpo umano. L’alienazione dalla “Cosa” e ciò che rende possibile il rapporto nevrotico con la realtà. Se questa alienazione non avviene il soggetto è esposto alla “Cosa”, invaso dalla pulsione senza regolazione simbolica da parte dell’Altro.

 

Per questo il soggetto psicotico è invaso dall’Altro e dalla “Cosa”, che possiamo tradurre come l’esperienza di un godimento traumatico, bruciante e distruttivo. Il delirio assume quindi la funzione di un tentativo simbolico di supplire a questa mancanza determinata dalla forclusione, come abbiamo spiegato in altri articoli.

 
 
 

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