IL MITO DELLA TORRE DA BABELE A KIEFER
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Fin dalla notte dei tempi, per affermare il proprio potere, sovrani e popoli hanno costruito grandiosi edifici. La dimensione di palazzi e templi simboleggiava infatti il prestigio e la forza di coloro che li hanno costruiti.
Nel mondo antico il racconto della “Torre di Babele” rappresenta in modo efficace questa spinta: il desiderio dell’umanità di elevarsi al rango della divinità, costruendo una torre così alta da raggiungere il cielo.
Un unico popolo, che parla un’unica lingua, decide di costruirla; come riportato nel libro della Genesi: «Costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo, e facciamoci un nome» (Gen 11,4).
In gioco abbiamo un grandioso progetto, che si pone l’obiettivo di offrire un antidoto alla dispersione, alla caducità e all’anonimato della condizione umana (lo scopo della torre è costruita «per non essere dispersi»). La torre infatti concretizza il delirio dell’“Uno”, dell’unione indifferenziata, dell’identico.
Le dimensioni della torre hanno lo scopo stesso di superare i limiti che separano la condizione finita dell’uomo dal divino. In questo racconto mitico abbiamo quindi l’esempio più noto dell’ “hybris”, della tracotanza dell’uomo che vede nelle proprie capacità il mezzo per realizzare un letterale delirio di grandezza.
“Darsi un nome” realizzerebbe il desiderio di “auto-nominazione”, di auto-costruzione, di negazione di ogni forma di dipendenza dall’Altro.
Questo progetto è destinato al fallimento. La divinità interviene confondendo le lingue: dall’Uno si passa al Due; la divisione porta con sé la necessità della mediazione, del limite e del confronto al posto della dimensione totalitaria dell’unico pensiero, dell’unico progetto, dell’unico potere.
La pluralità delle lingue non è una maledizione; piuttosto è la terapia che impedisce all’umanità di trasformarsi in un unico organismo totalitario con ambizioni divine.
All’estremo opposto della mitica “Torre di Babele” possiamo collocare “I Sette Palazzi Celesti” di Anselm Kiefer, realizzati nel 2004 nell’Hangar Bicocca di Milano, secondo la lettura offerta dallo psicoanalista Massimo Recalcati.

Se il fantasma della torre babelica si staglia come un monolite fallico assoluto e massiccio, alto fino al cielo, le torri di Kiefer “sono esposte e fragili”; la loro caratteristica è proprio la precarietà.
Nelle torri di Kiefer, “la vanità umana rileva la sua inconsistenza, la vulnerabilità che si cela alle spalle della sua prometeica volontà di potenza,…, Kiefer può arrivare a sostenere che il momento di massima gioia coincide con quello della loro distruzione”, sottolinea Recalcati.
Da una parte abbiamo la follia dell’Uno che si vuole assoluto e divino; dall’altra invece osserviamo la poesia della caducità, che contempla già nell’elevazione la prospettiva della caduta.
Non è in gioco una “gioia nichilistica”, perché per Kiefer “le rovine sono necessarie per… ricominciare”.
Continua Recalcati: “quando l’artista un nuovo quadro è consapevole del fatto che in gioco è sempre anche, come egli dichiara, “l’annientamento di ciò che sto creando. Non riesco mai a vedere un dipinto come un’opera finita: per poter risorgere, deve essere distrutto””.
Per approfondire:
-Massimo Recalcati – “Il seme santo. La poetica di Anselm Kiefer”;
-Anselm Kiefer – “L'arte Sopravvivrà Alle Sue Rovine”;
- Anna Rosellini - “Calchi di spazio, mnemosine e rovine. Sculture in calcestruzzo dal Novecento ad oggi”.
Lo spirito umano è attraversato da queste spinte contradditorie: da una parte la tensione a divenire “divino”, negando la propria caducità; dall’altra la necessità di fare i conti con il limite, con la finitudine insita nella natura stessa della vita umana.
Nella “Torre di Babele” abbiamo l’elevazione dell’Uno, del grande fallo dell’unico popolo e dell’unica lingua; nelle torri di Kiefer invece abbiamo l’esperienza commovente della rovina nell’opera, nella torre che annuncia la sua rovina nella sua elevazione.
Ma la rovina, come sottolinea Recalcati, fa parte della logica stessa dell’opera: la sua caducità è riflesso della medesima logica che caratterizza la condizione umana; la fine ha origine nell’inizio; l’inizio è il primo passo della fine.
“La morte è un fiore che solo una volta fiorisce.
Ma fiorisce come nient’altro fiorisce.
Fiorisce, appena lo vuole, non fiorisce nel tempo.
Essa viene, una grande falena, che adorna steli cedevoli.
Tu lasciami essere uno stelo, così forte, che la rallegri.”
Paul Celan, da Conseguito silenzio (Einaudi, Torino, 1998)



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