LA BISTECCA DI FREUD
- riccigianfranco199
- 11 gen
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La cura psicoanalitica è molto complessa. Già Freud aveva scoperto le insidie dell’“amore di traslazione”, meglio noto come “transfert”. Il suo maestro, Breuer, aveva sottovalutato il potere di questo fattore, rimanendo “scottato” nel corso della cura della celebre paziente Anna O.
Freud capisce che l’analista per operare, deve mantenere una posizione simbolica; dalla simmetria dei rapporti ordinari, come quelli di coppia o di amicizia, è necessario passare ad una posizione asimmetrica.
L’analista opera a partire da una posizione simbolica: con simbolico non si intende solo il riferimento ad un insieme di leggi e di logiche, ma al concetto greco di “simbolo”, inteso come sostituto, oggetto che prende il posto di un altro assente.
Freud infatti capisce che l’amore e l’odio dei pazienti non sono semplicemente legati alla relazione nel “qui ed ora”, con l’uomo Freud: nei confronti dell’analista i pazienti proiettano tutta una serie di vissuti che hanno a che fare con figure significative del loro passato che hanno occupato la stessa posizione ora rivestita dall’analista.
Cosa fare davanti a questi sentimenti così forti?
Freud sottolinea la necessità di far valere la legge della frustrazione: non è possibile rispondere alla domanda d’amore e alle provocazioni aggressive come si farebbe in un contesto ordinario; piuttosto la mancata risposta simmetrica dell’analista, spesso incarnata dal suo silenzio, risponde alla logica che Freud evoca citando il poeta Heine:
“logica della polenta… alla tesi della bistecca”
Freud coglie nella ripetizione di questi vissuti inconsci del passato, una resistenza al trattamento. Il paziente vorrebbe vivere davvero l’amore (o l’odio) che prova nei confronti dell’analista come se fosse uno degli amanti (o dei nemici) che incontra nella sua vita.
Il paziente vuole consumare subito, secondo la “logica della polenta”; ma l’analista sa cosa è in gioco e, con la frustrazione, spinge il paziente nella direzione della elaborazione, della simbolizzazione.

Se il paziente “mangiasse la polenta”, verrebbe meno il senso stesso del trattamento analitico, ridotto al mero agito. L’analista invece punta “alla bistecca”, a lavorare le insidie del transfert, senza inciampare, per raggiungere la vera soddisfazione che è possibile raggiungere nel trattamento analitico: far emergere la verità inconscia del soggetto.
Questo obiettivo è possibile solo se l’analista riesce a mantenere il transfert lungo il sottile crinale tra negazione e pieno accoglimento della domanda transferale del paziente.
Per approfondire:
-Sigmund Freud – “Osservazioni sull’amore di traslazione” (1915);
-Glen O. Gabbard – “Introduzione alla psicoterapia psicodinamica”;
- Jean-Paul Hiltenbrand – “Transfert oggetto a identificazione. Concetti fondamentali della psicoanalisi”.
La centralità del transfert è un elemento di continuità nella storia della psicoanalisi. Senza transfert infatti non vi è trattamento analitico possibile; tuttavia il lavoro sul transfert comporta sempre molte insidie perché richiede all’analista di sapersi destreggiare tra presente e le insidie di un passato che emerge dall’inconscio.



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