JACQUES LACAN E IL CATALOGO IMPOSSIBILE
Jacques Lacan, così come Freud, era capace di cogliere con metafore e paradossi il funzionamento dell’inconscio e la complessità della psiche. Nel corso della sua ricerca, Lacan ha sottolineato il valore del vuoto per rendere possibile la vita psichica, tramite la metafora paradossale del “catalogo”.
Di cosa si tratta? Immaginiamo un catalogo che contenga l'elenco di tutti i libri del mondo. Esiste un’opera che raccoglie ogni titolo, ogni autore, ogni parola scritta, ogni racconto mai composto e persino ogni libro che deve ancora essere scritto? Un catalogo che aspiri, dunque, a rappresentare la totalità del sapere?
Può un catalogo essere così completo da contenere anche se stesso?
Se il catalogo vuole comprendere tutti i libri, dovrà necessariamente includere anche il libro che lo descrive, cioè se stesso. Ma, una volta inserito nel catalogo, occorrerà aggiornare il catalogo per includere anche questa nuova versione dello stesso, che a sua volta dovrà contenere la propria descrizione… Si apre così una catena potenzialmente infinita!
Questa immagine riguarda uno dei problemi fondamentali della psicoanalisi di Jacques Lacan: l'impossibilità per il linguaggio di rappresentare integralmente se stesso e di costruire un sistema simbolico chiuso e completo, capace di contenere tutta la realtà.

Il catalogo vorrebbe essere una rappresentazione completa del mondo dei libri, ma per poterlo essere dovrebbe assumere una “posizione esterna” rispetto a ciò che descrive. Dovrebbe cioè poter parlare di tutti i libri senza essere, a sua volta, uno dei libri di cui parla.
Questa posizione esterna, tuttavia, non è disponibile.
Nel momento in cui il catalogo entra a far parte dell'universo che intende descrivere, perde la possibilità di organizzarlo dall'esterno. Per includere se stesso deve modificare continuamente i propri confini, generando una nuova versione di sé, che a sua volta richiede un'ulteriore inclusione.
Il sistema incontra così un limite che dipende dalla sua stessa struttura.
Questo paradosso è utile a Lacan per mettere in chiaro che il linguaggio non può produrre un luogo esterno al linguaggio stesso dal quale garantire la completezza di tutto ciò che viene detto.
Nella teoria di Lacan, il linguaggio non è semplicemente uno strumento che l'individuo utilizza per comunicare pensieri già costituiti. È piuttosto il campo simbolico nel quale il soggetto stesso prende forma.
Lacan chiama “Grande Altro” il luogo della parola, dei significanti, della legge e delle strutture simboliche che precedono il soggetto e ne rendono possibile l'esistenza simbolica.
Se il linguaggio è il sistema attraverso il quale produciamo significati, non possiamo ricorrere ad un “secondo linguaggio”, completamente esterno al primo, per stabilire il significato di ogni parola. Anche questo “secondo linguaggio” dovrebbe essere interpretato attraverso un altro sistema di significazione, e così via.
Non esiste, dunque, un metalinguaggio assoluto capace di dire la verità definitiva sul linguaggio.
È in questo senso che Lacan formula una delle sue affermazioni più importanti:
«Il n'y a pas d'Autre de l'Autre» - “Non c'è un Altro dell'Altro”.
Questo aforisma indica che non esiste un'istanza ultima capace di garantire dall'esterno la verità e la completezza dell'ordine simbolico.
Il catalogo, pertanto, non può mai coincidere con la totalità dei libri che contiene perché la sua stessa struttura gli impedisce di diventare una rappresentazione definitivamente completa.
Questa incompletezza non costituisce, per Lacan, un difetto del linguaggio, perché il significante non possiede un significato definitivo e autosufficiente: il suo valore si determina attraverso il rapporto con altri significanti. Ogni significazione rinvia ad altre significazioni, in una catena che non trova un punto di arresto assoluto.
Il soggetto, di conseguenza, non riesce mai a dire completamente se stesso. Ogni volta che parla, qualcosa della sua esperienza rimane fuori dalla rappresentazione; qualcosa eccede le parole utilizzate per descriverla.
Se il linguaggio potesse nominare ogni cosa, se esistesse un catalogo capace di contenere ogni significato e di risolvere ogni ambiguità, verrebbe meno proprio quella mancanza attorno alla quale si organizza il desiderio.
La mancanza non è quindi qualcosa da eliminare: è ciò che rende possibile il movimento del desiderio.
Per approfondire:
- Jacques Lacan, Scritti (1966), “La sovversione del soggetto e la dialettica del desiderio nell'inconscio freudiano”;
- Jacques Lacan, “Il seminario, Libro XVI. Da un Altro all'altro” (1968-1969);
- Jacques Lacan, “Il seminario, Libro XX. Ancora” (1972-1973);
- Bertrand Russell, “I principi della matematica” (1903).
La metafora può essere ulteriormente sviluppata introducendo un'altra delle categorie fondamentali della teoria di Lacan: il registro del Reale.
Il catalogo rappresenta il tentativo del registro Simbolico di organizzare il Reale attraverso le parole, le classificazioni e le relazioni tra significanti. Ma qualcosa del reale continua a sfuggire a questa operazione.
In gioco abbiamo l'impossibilità strutturale di trasformare tutta l'esperienza in una rappresentazione simbolica, cioè “non è possibile dire tutto”!
Il Reale infatti è precisamente ciò che resiste alla completa simbolizzazione.
Il catalogo può continuare ad aggiungere titoli, ampliare le proprie categorie, correggere le proprie definizioni e costruire nuove classificazioni. Ma non potrà mai esaurire ciò che pretende di rappresentare.
E soprattutto non potrà mai includere definitivamente il proprio limite.
Ogni sistema che pretende di rappresentare la totalità finisce per incontrare un limite interno alla propria struttura. Ogni classificazione produce inevitabilmente qualcosa che non riesce a classificare. Ogni discorso sulla verità è, a sua volta, un discorso che non può sottrarsi alle condizioni del linguaggio attraverso cui viene formulato.
Jacques Lacan ci invita tramite il paradosso del catalogo impossibile a rinunciare all'idea di un sapere assoluto, di un luogo dal quale sarebbe possibile osservare e spiegare tutto senza essere coinvolti in ciò che si osserva.
Il catalogo universale è impossibile non perché il mondo sia troppo grande, ma perché il linguaggio non può diventare contemporaneamente lo strumento, l'oggetto e la garanzia assoluta della propria completezza.
E forse è proprio questa impossibilità a rendere il linguaggio vivo: le parole non chiudono definitivamente il significato, ma lo riaprono continuamente; non esauriscono il desiderio, ma ne alimentano il movimento.
Un catalogo che contenesse tutti i libri del mondo sarebbe il libro più impossibile da scrivere: dovrebbe contenere anche la propria descrizione, ma non potrebbe mai contenere definitivamente l'atto stesso con cui si descrive.
La grande intuizione lacaniana è che questa impossibilità non riguarda soltanto i libri: riguarda il soggetto, il desiderio, la verità e la possibilità stessa di parlare.



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