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LA FILOSOFIA DI PENELOPE

4 giorni fa
Tempo di lettura: 3 min

La figura della regina Penelope è tra le più affascinanti, ma meno indagate dell’Odissea di Omero. Penelope attende per oltre vent’anni il ritorno di Ulisse, senza alcuna garanzia. L’amore per il sovrano e la sua fedeltà sono i pilastri che le permettono di governare la propria reggia, proteggendo la crescita del figlio Telemaco.

 

Insidiata in modo sempre più violento dai pretendenti, la regina elabora il celebre stratagemma della tela: Penelope annuncia ai Proci che sceglierà un nuovo sovrano e consorte solo quando avrà terminato la tela che personalmente costruisce al telaio.

 

Tuttavia, il lavoro di Penelope appare senza termine; la regina infatti di notte disfa segretamente il lavoro fatto durante il giorno. Quest’opera di costruzione e decostruzione permette di ottenere tempo, senza tuttavia alcuna certezza rispetto al ritorno in patria di Ulisse.

 

La regina, quindi si trova a fare i conti con il vuoto e con il peso di una speranza senza appigli. Penelope non può fare leva sulla certezza della presenza di Ulisse, sulla sua capacità solida di leadership e di guida.

 

Penelope

La condizione tragica di Penelope ha ispirato il filosofo Franco Volpi, tra i più raffinati studiosi del nichilismo.

 

L’età contemporanea, come sottolineato da Umberto Galimberti, fa i conti da decenni con l’effetto corrosivo del nichilismo. Il tramonto dei grandi sistemi ideologici, che si tratti di architetture politiche o di pensiero, ha determinato il dilagare del “non senso” e del “vuoto psichico”. Il venir meno di coordinate interpretative condivise si traduce in un senso di precarietà ed isolamento, del quale sono “vittime” soprattutto i giovani.

 

Sottolinea Franco Volpi:

 

“il nichilismo ha corroso la verità e indebolito le religioni, anche di solito i dogmatismi e fatto cadere alle ideologie, insegnandoci così a mantenere quella ragionevole prudenza del pensiero, quel paradigma di pensiero o obliquo e prudente, che ci rende capaci di navigare a vista tra gli scogli del mare della precarietà”

 

Volpi sembra far riferimento a i sistemi di pensiero sorti in reazione alla lezione di Nietzsche; pensiamo ad esempio “pensiero debole” di Gianni Vattimo: il sapere non sarebbe che frutto di interpretazioni, data la necessità di superare come insufficiente ogni forma di dogmatismo.

 

Come affrontare questa condizione che tocca tanto l’esistenza quanto il rapporto con il mondo?

 

Scrive Franco Volpi:

“la sua condotta raccomandabile è operare con le convenzioni senza credervi troppo, il solo atteggiamento non ingenuo è la rinuncia a una sovra determinazione ideologica e morale dei nostri comportamenti. La nostra è una filosofia di Penelope che disfa incessantemente la sua tela perché non sa se Ulisse ritornerà”

 

La lezione di Volpi quindi mette al centro il concetto di “analisi” (disfare) come condizione per cogliere la struttura profonda della realtà senza partire da una chiave ideologica predeterminata.

 

Se viene meno il senso ultimo, se manca la certezza per Penelope che Ulisse ritorni, non resta che la rinuncia all’assoluto come cifra di un nuovo modo di esistere.

 

Galimberti rifiuta che questa concezione, che chiama “l’etica del viandante” si riduca ad una mera “anarchica erranza”; piuttosto, il filosofo evoca la capacità di “disertare le prospettive escatologiche, per abitare il mondo nella casualità della sua innocenza, non pregiudicata da alcuna anticipazione di senso, dove l’accadimento stesso, l’accadimento non inscritto nelle prospettive del senso finale, della metro del progetto, a porgere il suo senso provvisorio e perituro”.

 

Ecco allora ritornare la figura di Penelope nella sua oscillazione tra attesa (lutto nichilistico del passato che è stato), costruzione (tentativo di superamento) e disfacimento (decostruzione di ogni forma di sapere).

 

Si tratta quindi non di trovare un nuovo ombrello ideologico, ma di maturare un “saperci fare” con la realtà e con il pensiero.

 

Per approfondire:

-Franco Volpi – “Il nichilismo”;

-Umberto Galimberti – “La casa di psiche. Dalla psicoanalisi e la pratica filosofica”;

-Umberto Galimberti – “L’etica del viandante”.

 

Il concetto di etica del viandante tra i contributi più originali del filosofo Umberto Galimberti. Contrapponendo la contemporaneità al mondo moderno, Galimberti sottolinea necessità di andare oltre la “società della torre” evocata da Goethe, per assumere direttamente la responsabilità di dare senso e significato alla realtà.

 

Rinunciare alla meta e alla dimensione finalistica dell’esistenza implica necessariamente guardare dritto negli occhi l’esistenza e la dimensione indecifrabile del destino.

 

Rinunciare ad un sistema ultimo significa fare i conti con il lacaniano “non esiste Altro dell’Altro”, cioè con la castrazione dell’Altro: se manca la garanzia finale che l’Altro sia completo, allora non resta per il soggetto che abbracciare integralmente la responsabilità circa la propria vita e il proprio desiderio.

 
 
 

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