EREDITÀ DI CLAUDE LÉVI-STRAUSS
“Essere umani significa, per ciascuno di noi, appartenere a una classe, a una società, a una nazione, a un continente e ad una civiltà”
(Claude Lévi-Strauss)
Claude Lévi-Strauss è stato un gigante della cultura del nostro tempo. Scomparso il 30 ottobre 2009, Lévi-Strauss ha segnato in modo indelebile il dibattito culturale intorno all’antropologia, con importanti conseguenze per la psicoanalisi.
Con “Le strutture elementari della parentela” (1949), Lévi-Strauss mostra che i sistemi di parentela non possono essere compresi soltanto attraverso le intenzioni individuali, le consuetudini o le esigenze biologiche.
I legami familiari costituiscono invece sistemi di relazioni regolati da leggi, divieti e possibilità di scambio. La “proibizione dell'incesto”, in particolare, segna il passaggio dalla “natura” alla “cultura”, introducendo l'individuo in un sistema di norme.
L'importanza di questa prospettiva per Lacan e la psicoanalisi è decisiva. Se le relazioni familiari sono organizzate da un sistema simbolico che precede i singoli individui, anche la soggettività può essere pensata a partire da un ordine che non coincide con la coscienza individuale.
Il soggetto nasce già immerso in una rete di significati, aspettative, nomi, divieti e relazioni. Prima ancora di poter parlare, è “parlato dall’Altro”; prima di scegliere la propria posizione nel mondo, l’individuo è collocato in una trama simbolica.
Lacan riprende questa intuizione e la radicalizza: il soggetto dell'inconscio non può essere compreso indipendentemente dal linguaggio e dalle strutture simboliche attraverso cui si costituisce.

Uno dei contributi più importanti di Lévi-Strauss alla psicoanalisi riguarda la possibilità di pensare l'inconscio secondo una logica strutturale.
Nel saggio “L'efficacia simbolica” (1949), l'antropologo analizza il modo in cui un rituale sciamanico può produrre effetti sulla sofferenza attraverso l'organizzazione simbolica dell'esperienza. Il mito, le parole e le rappresentazioni collettive non sono mere descrizioni della realtà perché possono intervenire sull’interpretazione della realtà.
Quando, nel suo insegnamento, Lacan formula la celebre tesi secondo cui “l'inconscio è strutturato come un linguaggio” sta sostenendo che i fenomeni inconsci sono organizzati secondo relazioni che possono essere studiate attraverso la “logica del significante”.
Il sogno, il lapsus, il sintomo e il motto di spirito non sono semplici manifestazioni casuali di una vita psichica sotterranea. Sono formazioni nelle quali si esprime una logica che il soggetto non controlla pienamente e della quale spesso ignora le regole.
Lévi-Strauss aveva mostrato che le regole che organizzano la cultura non devono necessariamente essere conosciute da coloro che le seguono. Gli individui agiscono all'interno di sistemi di parentela, scambio e classificazione senza dover possedere una conoscenza esplicita delle strutture che rendono possibili le loro pratiche.
Questa prospettiva si lega al primato del significante sul significato. Nella ripresa lacaniana, le parole non si limitano a tradurre pensieri coscienti; esse contribuiscono a organizzare l'esperienza, producendo effetti che eccedono le intenzioni del soggetto.
Il soggetto non è padrone del linguaggio ma è anche un “effetto del linguaggio”.
La lezione strutturalista consente così a Lacan di pensare la divisione del soggetto, tra ciò che crede di essere, ciò che dice e ciò che, attraverso il suo discorso, finisce per rivelare di sé e del proprio desiderio.
Per approfondire:
-Claude Lévi-Strauss – “Le strutture elementari della parentela”;
-Claude Lévi-Strauss – “L’efficacia simbolica”;
-Jacques Lacan – “Il mito individuale del nevrotico”.
Lévi-Strauss studia il mito come una “struttura narrativa” che organizza contraddizioni, opposizioni e trasformazioni. Per comprenderlo non basta ricostruire le intenzioni di chi lo racconta: occorre analizzare le relazioni tra i suoi elementi e le trasformazioni che subisce.
Lacan riprende questa prospettiva nella riflessione sul “mito individuale del nevrotico”. Anche la storia personale può essere organizzata secondo configurazioni simboliche che ritornano, si trasformano e si ripresentano nei rapporti affettivi.
Il sintomo, in questa prospettiva, non è soltanto un comportamento da eliminare: può essere letto come una formazione di senso, un modo singolare di articolare contraddizioni che il soggetto non riesce ancora a riconoscere o a elaborare.
La psicoanalisi non consiste allora nell'imporre dall'esterno una spiegazione definitiva, ma nel rendere leggibili le relazioni che organizzano la storia del soggetto e nel consentirgli di assumere una posizione diversa rispetto a esse.
La connessione tra antropologia strutturale e psicoanalisi è particolarmente evidente proprio in questo passaggio: il mito collettivo e il mito individuale non sono fenomeni identici, ma possono entrambi essere studiati attraverso le relazioni e le trasformazioni che ne organizzano la struttura.
Lacan rielabora la lezione dell'antropologo intrecciandola con Freud, con la linguistica di Ferdinand de Saussure e Roman Jakobson e con la propria riflessione sul desiderio, sull'Io e sul rapporto del soggetto con l'Altro.
La sua originalità consiste nell'aver trasformato la struttura da strumento per comprendere i sistemi culturali in una prospettiva per interrogare la divisione soggettiva e la pratica analitica.
In Lévi-Strauss, la struttura consente di comprendere le regole che organizzano i sistemi simbolici; in Lacan, essa permette anche di interrogare il modo in cui il soggetto è preso in una rete di significanti che lo precede e che, tuttavia, si manifesta in modo singolare nella sua parola.
L'antropologia strutturale offre dunque alla psicoanalisi una possibilità metodologica e teorica: non cercare il senso soltanto nella profondità di un contenuto nascosto, ma studiare le relazioni attraverso cui quel contenuto acquista significato.
Vi è una differenza che riguarda il modo in cui i due autori pensano il simbolico: Lévi-Strauss cerca di ricostruirne le leggi attraverso l'analisi scientifica dei sistemi culturali; Lacan, pur assumendo tale prospettiva, insiste anche sugli effetti del simbolico nella costituzione del soggetto, sul desiderio e su ciò che non può essere completamente ricondotto all'ordine del significante.
Lévi-Strauss non dedicò a Lacan un'attenzione pubblica paragonabile a quella che Lacan riservò alla sua antropologia.
In “Tristes tropiques” (1955), Lévi-Strauss annovera la psicoanalisi tra le proprie «tre maestre», insieme alla geologia e al marxismo. È un riconoscimento significativo, perché accomuna tre saperi che cercano, dietro la varietà dei fenomeni visibili, rapporti e organizzazioni meno immediatamente evidenti.
La sua posizione emerge con particolare chiarezza quando affronta il mito edipico. In “Anthropologie structurale” (1958), Lévi-Strauss sostiene che le interpretazioni freudiane del mito fanno parte del mito stesso, costituendone una nuova variante, soggetta alle medesime leggi di trasformazione delle altre versioni.
Per Lévi-Strauss, Freud non si colloca necessariamente fuori dal mito per spiegarlo dall'esterno; anche la sua interpretazione può essere studiata come una produzione culturale. La psicoanalisi diventa così, almeno in parte, un oggetto dell'antropologia.



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