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IL FANTASMA DI SALVADOR DALÍ

  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

«Ogni mattina mi sveglio e, guardandomi allo specchio, provo sempre lo stesso ed immenso piacere: quello di essere Salvador Dalí e mi domando, colmo di meraviglia, cosa farà ancora di prodigioso oggi questo Salvador Dalí. E ogni giorno mi è più difficile capire come gli altri possano vivere senza essere Gala o Salvador Dalí»

 

L’11 maggio del 1904 nasceva a Figueres, in Catalogna, Salvador Domingo Felipe Jacinto Dalí i Domènech. Eccentrico e stravagante, Dalí è stato uno dei protagonisti dell’arte e del surrealismo, dal punto di vista filosofico, artistico e performativo.

 

Cosa si nasconde dietro al talento e al desiderio sfrenato di Dalí di diventare l’artista più celebre del suo tempo e forse della storia dell’umanità?

 

Già alla nascita, il piccolo Salvador dovette fare i conti con un’eredità singolare: portare tanto il nome del padre quanto quello di un altro Salvador, un fratello maggiore morto bambino giusto 9 mesi prima della sua nascita. La concezione dell’artista ha luogo proprio nei giorni della perdita.

 

Dalí porta un nome, “Salvador”, che già di per sé impone a chi lo porta un fardello pesante.

 

Si racconta che i genitori, forse per il dolore insopportabile della perdita del fratello, portarono il piccolo Salvador alla tomba del fratello; gli raccontarono di essere la re-incarnazione del fratello perduto, tornato nel grembo materno sfuggendo così alla morte.

 

L’artista racconterà che la memoria del fratello sarà per lui come un fantasma che lo perseguiterà per il resto dei suoi giorni.

 

Nella sua infanzia il piccolo Salvador maturerà un particolare interesse per gli insetti, le larve e i corpi in decomposizione, elementi che, in varie forme, popoleranno le immagini oniriche delle sue opere.

 

Nel corso della sua vita, la principale ossessione di Dalí sarà quella di “realizzare il proprio nome”:

 

“Io credo di essere il salvatore dell’arte moderna, l’unico capace di sublimare, integrare e razionalizzare imperialmente e in bellezza tutte le esperienze rivoluzionarie dei tempi moderni, nella grande tradizione classica del realismo e del misticismo, che sono la missione suprema e gloriosa della Spagna”.

 

Pieno di orgoglio, scriverà che “Dalí in catalano vuol dire “desiderio”, enfatizzando così la sua missione, presente fin dalla nascita, di salvare l’arte incarnando ogni declinazione possibile del desiderio dell’erotismo.

 

Nell’ossessione di Dalí tuttavia possiamo rintracciare le tracce evidenti del lutto fallito che ha attraversato la sua famiglia; essere il “Salvador” non solo della sua famiglia, ma della Spagna intera e dell’arte tutta! L’idea grandiosa di sé può essere infatti interpretata come il ribaltamento maniacale, narcisistico e grandioso, della profonda melanconia legata al dramma della sua nascita.

 

Divenire un nome immortale, solo suo, riferito solo a sé, eliminando dalla scena il fardello dell’eredità paterna e del fantasma del fratello. Divenire immortale come antidoto per la morte che lo accompagna fin dalla nascita.

 

Ricordando il fratello, Dalí scriverà:

 

“Ci somigliavamo come due gocce d'acqua, ma rilasciavamo riflessi diversi. Probabilmente lui era una prima versione di me, ma concepito in termini assoluti”

 

Salvador Dalí

Nella costruzione immaginaria di Dalí, l’unico essere umano alla sua altezza, se non superiore, era Gala (Elena Ivanovna Diakonova), un’espatriata russa di undici anni più grande di lui.

 

Elemento materno e complementare al suo narcisismo, Gala era così importante nella vita di Salvador che l’artista riteneva che “gli avvenimenti più importanti che possano accadere a un pittore contemporaneo sono due: 1. Essere spagnolo; 2. Chiamarsi Gala o Salvador Dalí”.

 

Gala sarà un supporto decisivo per Salvador, che nella moglie troverà una figura totale, da amare e idealizzare, in una fusione così intima da spingere l’artista a firmare le proprie opere “Gala-Salvador Dalí”. Gala sarà la prima a sostenere nell’ambiente surrealista il talento, fino ad allora considerato solo “eccentrico e pazzo” di Salvador, nell’ambiente surrealista.


Per approfondire:

- Salvador Dalí – “La mia vita segreta”;

- Salvador Dalí – “Diario di un genio”;

- Amanda Lear – “La mia vita con Dalí”.


Nella sua autobiografia Salvador Dalí dedica un paragrafo ai soprannomi che dava all'amata:

 

“Io chiamo mia moglie: Gala, Galuchka, Gradiva (perché è stata la mia Gradiva); Oliva (per la forma del suo volto e il colore della sua pelle); Olivette, il diminutivo catalano di Oliva, e i suoi derivati deliranti, Olihuette, Orihuette, Buribette, [...]. La chiamo anche Lionete (perché appena si arrabbia ruggisce come il leone della Metro Goldwyn Mayer); Scoiattolo, Tapiro, Piccolo negus (perché rassomiglia a un vivace animaletto delle foreste); Ape (perché scopre tutte le essenze che, gettate nel crogiolo del mio cervello, diventeranno il magico miele dei miei pensieri). [...] E ancora Campanella di pelliccia (perché, mentre dipingo, legge per me ad alta voce, e la sua voce ha il soffice mormorio di una campanella di pelliccia, che mi permette di apprendere quanto, senza di lei, sarei destinato a ignorare)”.

 
 
 
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