ANNA O. E LA NASCITA DELLA PSICOANALISI
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Il caso clinico di Anna O. (pseudonimo di Bertha Pappenheim, 1859-1936) rappresenta il punto d’inizio della storia della psicoanalisi.
Anna è stata curata da Josef Breuer tra il 1880 e il 1882; questo caso fu descritto nel volume “Studi sull’isteria” (1895), scritto a quattro mani da Breuer e Sigmund Freud.
La paziente era una giovane donna, colta e intelligente, che sviluppò una grave isteria mentre assisteva il padre morente. Ernest Jones, biografo di Freud, descrive i sintomi di Anna come un “museo di sintomi”, per la loro varietà.
La paziente presentava infatti paralisi, anestesie, disturbi della vista e del linguaggio, afasia (arrivò a parlare solo in inglese o in modo confuso), tosse nervosa, allucinazioni e stati di assenza simili a ipnosi spontanea (i cosiddetti “stati ipnoidi”).
Questi sintomi non avevano una base organica evidente e si manifestavano con crisi drammatiche.
Durante il trattamento, Breuer osservò che i sintomi miglioravano quando la paziente, in stato di ipnosi, riusciva a raccontare l’evento traumatico o la situazione emotiva in cui quel sintomo era apparso. Anna O. stessa definì questo trattamento “talking cure” o, con una metafora più colorita, “chimney sweeping” (spazzare il camino).
Breuer definì il suo metodo “catartico”; esso si basava sull’abreazione: il rivivere e lo scaricare emotivamente il ricordo traumatico rimosso permetteva la risoluzione del sintomo.
Il caso dimostrò per la prima volta che molti sintomi isterici erano espressione di conflitti inconsci e che il recupero del ricordo e dell’emozione associata poteva avere un effetto terapeutico.
Il giovane Freud dovette insistere molto per inserire questo caso negli “Studi sull’isteria”, date le reticenze di Breuer.
In questo caso troviamo alcuni assunti fondamentali della psicoanalisi:
Il concetto di rimozione (o dissociazione) di affetti e ricordi;
L’importanza della parola come strumento terapeutico centrale;
L’emergere del fenomeno del transfert.
In particolare, sono proprio le dinamiche del transfert al centro di questo caso.
Dopo la scomparsa del padre, ad esempio, Anna produce un nuovo sintomo: la difficoltà di riconoscere i volti.
La paziente fatica infatti a collegare nomi e volti di chi incontra. Anna riferisce di vedere “figure di cera”. L’unica eccezione era il Dottor Breuer: "Io solo ero sempre riconosciuto – scrive – e rimaneva sempre presente e desta fintantoché parlavo con lei, salvo le assenze allucinatorie che intervenivano sempre in modo improvviso”.
Abbiamo un’altra prova del transfert verso Breuer nel fenomeno delle “allucinazioni negative”. Visitata da un medico, Anna non lo vede, e non ne coglie la presenza. Se ne accorge solo quando le soffia del fumo in faccia, e ciò provoca nella paziente un accesso d’angoscia e d’ira.
Per Breuer il caso fu un pieno successo, con la totale remissione dei sintomi.
Tuttavia, Breuer scrive che Anna lasciò Vienna per un viaggio, e “le ci volle tuttavia parecchio tempo prima di ritrovare del tutto il suo equilibrio psichico. Da allora gode perfetta salute".
Perché? Qui i conti non tornano.
Alcuni retroscena furono svelati da Freud solo nel 1932 in una lettera a Arthur Tansley, suo ex paziente. I dettagli della vicenda sono poi stati resi pubblici nel 1953 da Ernest Jones nella biografia di Freud.
Cosa accadde? Breuer non fu in grado di maneggiare adeguatamente il transfert e il contro transfert.
Il dottore abbandonò la paziente e i sintomi di Anna tornarono più forti di prima. La giovane restò a lungo ricoverata in una clinica in Svizzera, il Burghöltzli, l’istituto diretto da Eugen Bleuler.
Poi Breuer organizzò un secondo viaggio di nozze, per rinnovare l’amore per la moglie, o riversare su di lei l’effetto che Anna gli aveva suscitato.
Breuer è inciampato nella stessa difficoltà che Freud ha sperimentato con il caso di Dora, quando ha dovuto affrontare il problema della traslazione, ottenendo una “guarigione difettosa” (espressione coniata da Anna per descrivere l terapia con Breuer).

Per approfondire:
-Breuer e Freud – “Studi sull’isteria”;
-Freeman – “La storia di Anna O.”;
-Borch-Jacobsen – “Ricordi di Anna O.”.
Come sono strutturati i sintomi isterici di Anna O.?
In essi vediamo insinuarsi un momento intermedio: la reazione di rabbia di Anna non ha avuto modo di esprimersi in cui ha visto il cagnolino bere nel bicchiere, ed è rimasta come congelata.
Non si è però annullata. L’affetto rimane incapsulato. Esso ha come lasciato un segno, che ha poi trovato espressine nell’idrofobia.
Vi sono vari passaggi: prima c’è lo spostamento dell’avversione dalla governante al cagnolino. L’avversione viene poi tradotta nel disgusto per l’azione del cagnolino (bere dal bicchiere). Infine l’avversione per l’acqua diventa il significante a cui la rabbia è legata.
Freud riprese e radicalizzò queste intuizioni. Mentre Breuer rimase più legato all’ipnosi e al modello catartico, Freud abbandonò progressivamente l’ipnosi per sviluppare la libera associazione, la interpretazione dei sogni e la teoria delle pulsioni sessuali infantili.
Il caso di Anna O. rimase per Freud un punto di riferimento costante per lo sviluppo della psicoanalisi: egli lo citò spesso come esempio della potenza della cura attraverso la parola e, in alcune occasioni, arrivò a definire Anna O. come la vera “fondatrice” dell’approccio psicoanalitico.
Storicamente, il caso segna il passaggio dalla psichiatria organicistica e suggestiva dell’Ottocento a una psicoterapia basata sull’esplorazione dell’inconscio e sul rapporto dialogico tra paziente e terapeuta. Rappresenta il momento in cui la sofferenza psichica inizia a essere compresa non più solo come malattia del cervello, ma come linguaggio simbolico di conflitti interiori.



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