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IL GIUDIZIO DI RE SALOMONE

L’episodio biblico del “giudizio del Re Salomone” rappresenta una delle vicende più note dell’Antico Testamento (Libro dei Re).

 

Il re di Israele viene chiamato a svolgere il ruolo di giudice in una contesa che divide due donne, Anna e Basemah. Le due donne sono diventate madri nella stessa casa e negli stessi giorni; tuttavia, durante la notte, il figlio di Basemah morì. La donna, disperata, prese il figlio di Anna, affermando che fosse il proprio.

 

Lo scontro furioso tra le due donne non poteva che essere risolto dall’intervento del sovrano.

 

Salomone individuò una soluzione per svelare chi delle due donne fosse davvero la madre del neonato superstite: egli ordinò ad una guardia di dividere, con una spada, il corpo del bambino a metà, così da consegnarne una parte a ciascuna delle due donne.

 

Se Basemah accettò la proposta del sovrano, la disperazione di Anna fu tale da risolvere l’intricato conflitto: pur di veder salva la vita del proprio figlio, Anna accettò di cederlo alla rivale. Tuttavia, era proprio questo l’intento di Salomone: svelare l’intima natura della maternità.

 

Anna ha assunto fino in fondo la propria funzione di madre: la rinuncia ad ogni forma di padronanza rispetto alla vita del figlio la colloca come una madre giusta. Per questo Salomone riconosce in lei la vera madre del bambino, assegnandolo e decidendo di punire invece Basemah per il proprio gesto.

 

Giudizio di re salomone

Come possiamo interpretare questo racconto biblico alla luce della psicoanalisi?

 

Le due donne descritte nell’episodio biblico rappresentano due facce dell’esperienza della maternità: se Anna costituisce il prototipo di una maternità che assume in sé il lutto rispetto alla padronanza del figlio, Basemah invece incarna un materno che nel figlio vede solo un oggetto di godimento, l’estensione del proprio narcisismo.

 

Preservare la vita del figlio significa infatti accettarne l’assoluta eterogeneità, facendo i conti con l’impossibilità di decidere della sorte del figlio stesso.

 

Dall’altra, possiamo vedere nel gesto di Basemah l’effetto drammatico del lutto per la perdita del figlio: vedere l’alleanza vitale tra Anna e il proprio bambino deve essere stato insopportabile per la povera Basemah, appena colpita dalla morte del proprio figlio neonato.

 

Per questo il gesto della donna rappresenta il culmine dell’espressione del sentimento invidioso: davanti alle possibilità di gioire della maternità, allora anche l’altro deve soffrire come il soggetto, venendo privato a sua volta del figlio, fonte di gioia.

 

La dimensione speculare dell’invidia emerge con chiarezza: la radicale ingiustizia subita da Basemah troverebbe un proprio equilibrio solo nella morte del figlio di Anna per mano della guardia del re Salomone.

 

Il mal comune della vicendevole perdita dei figli rappresenterebbe un’illusoria compensazione per la perdita subita. Piuttosto l’unica verità della vicenda è la tragica ingiustizia insita nell’esperienza umana: se il figlio di Anna non merita di morire per mano della guardia e perché nessun bambino merita di morire.

 

Il dramma di Basemah rappresenta quindi un vivido esempio dell’impossibile lutto della madre per il figlio a cui ha dato la vita.

 

Infine, il re Salomone si erge come “terzo simbolico” della legge: il sovrano è chiamato in causa come arbitro per superare il conflitto inestinguibile tra le due donne; solo apparentemente Salomone evoca l'illusoria pacificazione tra le due donne nell'uguale divisione del bene (la vita del bambino). Il taglio che il sovrano evoca fa emergere invece la verità del desiderio materno.

 

Da una parte abbiamo quindi il taglio accettato da Basemah, taglio reale e mortifero sul corpo del figlio; dall’altra il taglio simbolico di Anna, che separa la creatura dal suo creatore, accettando la sua libertà.

 

Questo secondo taglio simbolico, invece di distruggere la vita del figlio, la rende possibile.

 

Nell’immagine: Raffaello Sanzio – “Giudizio di Salomone” (1508).

 

Per approfondire:

-Angelo Villa – “Che cosa vuole una madre?”;

-Serge Lebovici – “Il neonato, la madre e lo psicoanalista”;

-Massimo Recalcati – “Le mani della madre”.

 

Il desiderio materno rappresenta una questione più complessa dell’asse della sola riproduzione. Jeff Freud aveva colto come nella maternità vi fosse un’istanza riparativa per il soggetto madre: nel figlio la madre, secondo il padre della psicoanalisi, avrebbe trovato l’elemento capace di supplire all’inizio del pene.

 

Per questo il profondo legame tra madre e figlio sarebbe stato il riflesso del superamento della mancanza anatomica e simbolica, del femminile.

 

Questa concezione può essere estesa, in realtà, ad ogni forma di creazione. Perché un creatore crea? Quale funzione svolge la creatura nelle mani del creatore?

 

La perdita di padronanza da parte della madre rappresenta la forma più radicale di amore per il figlio.

 
 
 

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