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LACAN E HEIDEGGER

5 giorni fa
Tempo di lettura: 3 min

«Penso che lo psichiatra abbia bisogno di uno psichiatra»

Martin Heidegger

 

Con questo giudizio, insieme caustico e insofferente, Heidegger ha commentato, in una lettera a Medard Boss, gli Écrits (Scritti) di Jacques Lacan, considerati dal filosofo eccessivamente eccentrici e densi.  

 

Heidegger è stato uno dei punti di riferimento per Lacan nella sua ricerca psicoanalitica: lo psicoanalista francese vedeva nel filosofo tedesco un fondamentale punto di riferimento nell’indagine su concetti come “tempo”, “linguaggio” e “mondo”.

 

Tra le sue affermazioni più note di Heidegger vi è: «Il linguaggio è la casa dell'essere» (Lettera sull'umanismo, 1947): il filosofo con questa formula esprime il ruolo centrale attribuito al linguaggio come luogo in cui il mondo si manifesta e acquista significato. Questa centralità è presente anche nella psicoanalisi di Lacan.

 

Lacan è tra i primi lettori francesi di Heidegger nel dopoguerra. L’avvicinamento avviene probabilmente attraverso i corsi di Jean Wahl alla Sorbona (1946) e le conferenze di Emmanuel Levinas.

Nel 1955 Lacan si reca a Friburgo e, pochi mesi dopo, quando Heidegger viene in Francia (su iniziativa di Jean Beaufret e Maurice de Gandillac) per tenere la conferenza “Che cos’è la filosofia?”, lo ospita nella sua proprietà di Guitrancourt.

 

L’incontro è deludente per entrambi sul piano intellettuale: i due si sarebbero limitati a passeggiate e conversazioni superficiali. Si racconta anche l’aneddoto di un viaggio in auto, nel quale Lacan avrebbe guidato a velocità elevata (come era solito fare…), provocando un senso di stordimento in Heidegger.

 

Il gesto più significativo di questo periodo è la traduzione che Lacan realizza dell’essay heideggeriano “Logos” (1951, commento al frammento 50 di Eraclito), pubblicata nel 1956 nel primo numero della rivista “La Psychanalyse”. In questo testo Heidegger rilegge il “logos” non come semplice ragione o discorso, ma come “raccolta”, “disvelamento” e al tempo stesso “nascondimento” (aletheia e lethe).

Lacan vi trova quindi strumento prezioso per pensare il linguaggio oltre il modello comunicativo e strumentale, trovando quindi un pilastro per la propria concezione psicoanalitica.

Heidegger è citato nei Seminari lacaniani a partire dal 1953-54 e compare in almeno sedici dei ventiquattro seminari. La sua influenza è particolarmente intensa negli anni Cinquanta, quando Lacan sta elaborando la sua lettura strutturalista di Freud.

 

Lacan attinge dal filosofo tedesco una concezione del linguaggio come “dimensione ontologica”. Heidegger afferma infatti che «l’uomo abita il linguaggio» e che il “logos” è ciò che raccoglie e dispone l’essere.

 

Heidegger e Lacan

Lacan usa questa prospettiva per andare oltre il modello saussuriano puro: il linguaggio non è solo un sistema di segni, ma ciò che costituisce l’essere parlante (être parlant). La formula «l’inconscio è strutturato come un linguaggio» si nutre, almeno in parte, di questa concezione ontologica.

Lacan riprende l’idea heideggeriana di verità come “aletheia” (svelamento che implica sempre un nascondimento) per pensare la “verità” dell’inconscio; secondo questa concezione, la verità non si opporebbe semplicemente alla menzogna, ma produrrebbe effetti e si manifesterebbe nella parola, restando sempre parziale e legata al reale.

 

Heidegger e Lacan condividono una serrata critica al soggetto cartesiano. Per Heidegger il Dasein è essere-nel-mondo, temporale, aperto alla morte e all’essere-con (Mitsein). Per Lacan il soggetto è effetto del significante, diviso, barrato, abitato da una mancanza-a-essere. Per entrambi è la divisione l’aspetto essenziale della soggettività.

 

Nel Seminario VII (L’etica della psicoanalisi) Lacan dialoga esplicitamente con il saggio heideggeriano “La Cosa”, leggendo però la Cosa freudiana come vuoto radicale, causa del desiderio e della jouissance, piuttosto che come pura apertura ontologica.

 

Nonostante queste convergenze, le differenze restano strutturali. Heidegger opera sul piano ontologico e fenomenologico; Lacan resta radicato nella clinica psicoanalitica, nella logica del significante, nel Reale e nella jouissance. Lacan non intende fare ermeneutica dell’essere-nel-mondo, ma produrre effetti di verità attraverso la parola analitica.

 

Per approfondire:

-Jorge Alemán, ‎Sergio Larriera, ‎M. Bonazzi – “L'inconscio e la voce. Esistenza e tempo tra Lacan e Heidegger”;

-Joël Balazut – “Heidegger avec Lacan. Face au monde moderne”;

-Natalii͡a Sergeevna Avtonomova – “Lacan con i filosofi”.

 

A partire dagli anni Sessanta, i riferimenti a Heidegger di Lacan si diradano.

Nel 1967 Lacan precisa di non essersi «reclamato» di Heidegger, ma di averlo citato per formule efficaci, e più tardi (1976) parlerà anche del punto in cui la metafisica heideggeriana inciampa.

 

Lacan usa dunque Heidegger come risorsa critica contro una visione puramente strumentale o psicologica del linguaggio e del soggetto, ma lo piega alle esigenze della psicoanalisi, introducendo elementi (il Reale, la jouissance, la topologia) estranei all’orizzonte heideggeriano.

 

Il pensiero di Heidegger offre a Lacan strumenti per pensare il linguaggio come dimensione costitutiva dell’“essere parlante” e per sottrarre la psicoanalisi sia allo psicologismo sia a un strutturalismo troppo chiuso.

 

Al tempo stesso, Lacan trasforma queste acquisizioni in una teoria del “soggetto diviso” e della verità come “effetto di discorso”, rimanendo fedele all’esperienza analitica. Il risultato è quindi un dialogo “asimmetrico” ma produttivo sul soggetto, sul linguaggio e sul rapporto tra ontologia e clinica.

 
 
 

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