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L’ANALISI DI MARGARET S. MAHLER

11 minuti fa
Tempo di lettura: 4 min

Qual è l’effetto di un’analisi? Quando possiamo dire che una psicoanalisi produce un cambiamento? Che forma prende questo cambiamento? La storia di Margaret Mahler, una delle pioniere della psicoanalisi infantile, può aiutarci a trovare una risposta.

 

Un’analisi produce una trasformazione nelle coordinate che orientano la vita del soggetto. Questa trasformazione si traduce in una riscrittura della storia di chi, spinto dalla sofferenza, ha rivolto la propria domanda di aiuto allo psicoanalista.

 

Nel proprio libro di memorie, la Mahler ci offre un esempio di questa vera e propria riscrittura. L’infanzia di della psicoanalista ungherese è stata segnata dal conflitto con la figura materna, fredde e rifiutante, e l’identificazione con il padre.

 

“La fase simbiotica fu per me difficile: devo essere stata piena di rabbia frustrata contro una madre che mi rifiutava, e che non di meno io amavo moltissimo”

 

Forse non è un caso che la ricerca teorica della Mahler si sia concentrato proprio sull’infanzia, sui rapporti precoci tra genitori e bambino. Nel proprio lavoro di psicoanalista, Mahler rimette in gioco la propria sofferenza e il nucleo profondo della propria storia.

 

La nascita della sorella Suzanne incrinerà ulteriormente il rapporto tra Margaret e la madre:

“ritengo che fu proprio l’osservazione dell’interazione amorosa di mia madre con mia sorella, e di quanto fosse diversa da quella che aveva con me, a guidarmi verso la pediatria e la psicoanalisi, e in particolare verso le mie successive ricerche sull’unità di diadica madre – bambino. Non credo di esagerare se dico che mia madre e mia sorella hanno rappresentato la prima coppia madre – bambino su cui ho iniziato a indagare”

 

Margaret Mahler

La Mahler è stata tra le prime a sottolineare la necessità di focalizzare l’attenzione clinica e di ricerca della psicoanalisi sul rapporto tra il bambino e il mondo esterno. Fino ad allora, la psicoanalisi metteva al centro il mondo interiore del bambino, rifiutando di concentrarsi sull’interazione sulla relazione tra bambino e genitore. Tra i fautori di questa concezione rigida dello studio della psiche annoveriamo Anna Freud:

 

“Anna Freud e i suoi collaboratori si occupavano quasi esclusivamente nel mondo intrapsichico, che consideravano il solo terreno di pertinenza della psicoanalisi…20 o trent’anni fa, parlare in questi termini degli ambienti psicoanalitici, invocare i presupposti ambientali dello sviluppo intrapsichico, significava essere tacciati di eresia.”

 

La concezione della Mahler invece si avvicina maggiormente alle teorie kleiniane e di Winnicott, che fu tra i primi ad affermare che “non esiste un bambino senza una madre”.

 

Delusa dal rapporto con la madre, Margaret si rivolse quindi al padre, cercando in lui fiducia e sentimenti di affetto:

 

“mi è stato raccontato che all’età di quattro anni e mezzo, vidi mia madre stringesse mia sorella dicendole: “io ti ho messo al mondo, io ti ho allattato, io ti amo, io ti adoro, io vivo solo per te, e tu sei tutta la mia vita”. Al che replicai: “a me, invece mi ha fatto papà”

 

Come lei stessa scrive:

“Fu al mondo di mio padre, il mondo dell’intelletto, della scienza, della medicina, che mi rivolsi fin dalla prima infanzia. A differenza di mia madre, che non mi lasciava neanche entrare nel suo “sancta sanctorum”, la cucina, mio padre mi trattava come se fossi stata per lui un figlio maschio. Mi ricordo quando si vantava con gli amici: “ho una figlia con cui posso discutere di matematica di politica”.

 

Se la sofferenza psichica trova le proprie ragioni nella storia del soggetto, è proprio a partire dalla ripresa soggettiva della propria storia che l’analisi permette una scrittura nuova del passato, di trasformare gli elemento di sofferenza sintomatica in fattore decisivo per l’emergere del soggetto e del suo desiderio.

 

Per approfondire:

-Margaret S. Mahler – “Le psicosi infantili”;

-Margaret S. Mahler – “La nascita psicologica del bambino”;

-Margaret S. Mahler – “Memorie”.

 

La Mahler descrive la “nascita psicologica” del bambino come un processo che avviene nei primi tre anni di vita.

 

Secondo la psicoanalista ungherese, la nascita biologica non coincide con quella psicologica: quest’ultima è un processo graduale attraverso cui il bambino passa da uno stato di fusionalità con la madre a un senso di sé separato e autonomo.

 

Le fasi principali individuate da Mahler sono:

1.Fase autistica normale (prime settimane – circa 1-2 mesi)

Il neonato è prevalentemente rivolto verso stimoli interni, dorme molto e mostra scarsa consapevolezza del mondo esterno. Mahler stessa rivede in seguito questa fase, considerandola meno “autistica” di quanto ipotizzato inizialmente.

 

2. Fase simbiotica normale (circa 1-5 mesi)

Il bambino e la madre formano un’unità indifferenziata (“dual unity”). Il bambino percepisce la madre come estensione di sé e fonte onnipotente di soddisfazione dei bisogni, senza ancora distinguere nettamente i confini tra sé e l’altro.

 

3. Fase di separazione-individuazione (circa 5 mesi – 36 mesi)

Qui avviene il vero e proprio processo di “nascita psicologica”. Si articola in quattro sottofasi:

-Differenziazione (o “hatching” / schiusa, circa 5-9/10 mesi): il bambino inizia a “uscire dal guscio”, presta maggiore attenzione al mondo esterno e comincia a distinguere la madre dalle altre persone (compaiono i primi segni di paura dell’estraneo).

-Sperimentazione (o practicing, circa 9-16/18 mesi): con lo sviluppo motorio (gattonare e camminare) il bambino esplora attivamente l’ambiente, sperimentando un senso di onnipotenza e di “amore per il mondo”, pur usando ancora la madre come base sicura a cui tornare.

-Riavvicinamento (o rapprochement, circa 15/16-24 mesi): il bambino prende piena consapevolezza della propria separatezza e vive un’ambivalenza tra il desiderio di autonomia e il bisogno di rassicurazione materna. Può alternare comportamenti di allontanamento e di “inseguimento” della madre (crisi di riavvicinamento).

-Consolidamento dell’individualità e costanza dell’oggetto emotivo (circa 24-36 mesi): il bambino interiorizza un’immagine stabile e positiva della madre, riuscendo a tollerare le separazioni senza eccessiva angoscia e sviluppando un senso di sé più solido.

 

Il successo di questo processo dipende in gran parte dalla disponibilità emotiva della madre (o del caregiver primario), che permette al bambino di separarsi mantenendo un legame di sicurezza.

 

Difficoltà in queste fasi possono, secondo Mahler, contribuire a problematiche successive nello sviluppo della personalità.

 

 
 
 

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