IL DESIDERIO DI ULISSE
Ulisse è tra i personaggi più celebri della mitologia greca antica. Protagonista del poema omerico che porta il suo nome, è il sovrano di Itaca, isola alleata di Micene nella guerra contro Troia.
Considerato tra i combattenti più abili dell’esercito acheo, Ulisse è definito da Omero “uomo dal multiforme ingegno”. Nonostante le sue capacità, per avversa fortuna, l’eroe riuscirà a tornare in patria solo dopo un viaggio di circa vent’anni.
In Ulisse, vediamo esaltato il rapporto del soggetto con il desiderio. L’eroe infatti è diviso tra la sete di conoscenza e il desiderio di tornare a casa; nel corso delle sue avventure, si trova a dover scegliere tra l’illusione di soddisfazioni e piaceri momentanei (come presso la maga Circe o la ninfa Calipso) e la nostalgia per l’amata Penelope.
Se il mito narrato da Omero si conclude con il rocambolesco ritorno dell’eroe in patria, è pur sempre vero che Ulisse ha stimolato la fantasia e la creatività di poeti e letterati di ogni epoca. Ne è un esempio Dante Alighieri, che nel XXVI Canto dell’Inferno colloca proprio il sovrano di Itaca, colpevole del peccato di aver ingannato i suoi nemici con il celebre cavallo.
Dante esalta una caratteristica fondamentale di Ulisse: l’anima inesauribile del suo desiderio. Secondo il poeta infatti l’eroe, una volta ripreso il controllo della propria isola, sarebbe stato animato da un desiderio irresistibile di riprendere il proprio viaggio via mare.
Nel tentativo di incitare i propri compagni a riprendere i remi, l’Ulisse di Dante afferma:
«"O frati," dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d'i nostri sensi ch'è del rimanente
non vogliate negar l'esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".»
Ulisse invita i compagni a navigare oltre ogni limite, a spingersi al di là delle colonne d’Ercole, per mari ignoti. Ha così inizio quello che il poeta definisce il “folle volo” verso Occidente.
Questa ultima impresa sarebbe stata segnata dal fallimento: una volta giunti in vista del monte del Purgatorio, una terribile tempesta avrebbe posto fine alla ricerca di Ulisse.
L’Ulisse di Dante incarna la natura metonimica del desiderio. Come intuito da Freud e sottolineato da Lacan, il desiderio sarebbe, nel suo cuore, desiderio d’altro, desiderio di altra cosa, destinato quindi a rimanere radicalmente insoddisfatto.
Ogni incontro con l’oggetto del desiderio sarebbe accompagnato da una certa delusione: “non è davvero questo quello che desidero!”
Lacan arriverà ad affermare che il desiderio altro non sarebbe che la metonimia della mancanza ad essere, prodotto del rapporto del soggetto con la propria strutturale incompletezza.
L’impossibilità della soddisfazione integrale del desiderio si tradurrebbe quindi nel suo continuo rilancio. Questo rilancio sarebbe alla base della continua ricerca di un oggetto capace di placare finalmente il moto incessante del desiderio.
L’anima del desiderio sfiderebbe quindi il concetto di limite, tanto caro alla Grecia antica.
Ulisse, spinto dal desiderio, mette continuamente in tensione proprio il rapporto con il limite: ne abbiamo un esempio nell’incontro con le sirene e nel suo ultimo viaggio, fino ai confini estremi del mondo, inaccessibili ai mortali.

Per approfondire:
-Omero, “Odissea”;
-Dante Alighieri, “Commedia”;
-Giulio Guidorizzi, “Ulisse. L’ultimo degli eroi”.
Il cuore metonimico del desiderio, la sua radice impossibile a soddisfarsi, si tradurrebbe in una spinta inevitabilmente mortifera. Ecco l’ammonimento nascosto nel racconto dantesco: il desiderio diventa vitale quando non cede alla sua anima metonimica, facendo del limite e della legge la cifra di una possibile forma di soddisfazione, anche se incompleta.
Se l’insoddisfazione protegge l’esistenza stessa del desiderio, l’impossibilità della sua stessa soddisfazione determinerebbe uno stato di continua chiusura rispetto ad ogni possibile incontro con l’altro.
Nella concezione del desiderio come impossibile a soddisfarsi, vediamo il prevalere del passato come cifra inesauribile dell’esperienza umana. Ogni incontro presente altro non sarebbe che il tentativo di suturare una ferita che trova radici in vissuti ormai lontani, perduti nella nebbia della memoria.



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